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Le nuove generazioni tornano a coltivare la terra.

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Con oltre 55.000 aziende agricole gestite da under 35, il nostro Paese detiene il gradino più alto del podio per numero di giovani impiegati nel settore agricolo, con un significativo aumento del 9% ottenuto nel terzo trimestre 2017.

Secondo la Coldiretti, le imprese agricole condotte da giovani imprenditori con meno di 35 anni d'età, possiedono una superficie agricola superiore del 54% rispetto alla media nazionale, realizzano un fatturato più elevato del 75% e presentano il 50% in più di occupati in azienda. 

Si tratta per lo più di realtà che stanno puntando sempre più su quelle caratteristiche peculiari di distintività nazionale che garantiscono un valore aggiunto nella competizione globale come ad esempio il territorio, il turismo, la cultura, l'arte, il cibo, l'enogastronomia, che hanno permesso all'export agroalimentare italiano di poter raggiungere la soglia storica di 41 miliardi di euro nell'ultimo anno. 

Il boom di giovani nel settore primario ha completamente rivoluzionato il lavoro nei campi dove oggi il 70% delle imprese under 35 opera in numerose attività che vanno dalla semplice trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche ai percorsi rurali di pet - therapy, ma anche alle attività ricreative, all'agricoltura sociale per l'inserimento di persone disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, aree verdi e strade, fino all'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energia rinnovabile.

La crescita dei giovani fra i campi è confermata anche dal consistente aumento degli studenti di agraria sia alle scuole medie superiori, sia nelle università italiane, che ha registrato un incremento del + 36% delle iscrizioni nell'ultimo quinquennio. I ragazzi che alle superiori hanno scelto un percorso di studi legato all'agricoltura e all'ambiente sono stati 45.568 nell'anno scolastico 2017/2018, segnando il record assoluto degli ultimi cinque anni.

Le ragioni di questo enorme successo sono legate principalmente al desiderio dei giovani italiani di poter studiare delle materie che uniscano la pratica alla teoria, che insegnino concretamente come si fanno le cose e come si possa davvero costruire una carriera professionale a stretto contatto con la natura, grazie ad un'esperienza che affianchi le  tante ore di studio sui libri al lavoro nelle stalle, nei caseifici, nei vigneti, nei campi, nei laboratori

La prospettiva di futuro della scuola agraria è confermata anche dal fatto che negli attuali 35 diversi percorsi didattici presenti negli Istituti Tecnici Superiori italiani, si registra un tasso di occupazione di oltre il 73& a solo un anno dall'ottenimento del diploma di maturità quinquennale.

Proprio per l'ampia varietà del percorso formativo, gli Istituti di Agraria registrano un minor numero di abbandoni scolastici e una maggiore attrattiva anche per i passaggi degli studenti provenienti da altri indirizzi scolastici professionali e non.

Molte sono anche le materie proposte agli studenti italiani: dalla zootecnia al settore lattiero caseario, dalla coltivazione dei cereali alle piante da frutto, passando dalla viticoltura all'olio d'oliva, dalla selvicoltura alla floricoltura, ma non mancano neppure specifici corsi di studio legati alla promozione, gestione e valorizzazione dell'ambiente e del territorio rurale. 

 

 

 

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Gli italiani e il vino raccontati dal Censis.

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In Italia si beve di meno ma con un occhio di riguardo alla qualità del vino. Questa è la fotografia scattata recentemente dal Censis per Federvini nell'indagine sul rapporto tra gli italiani e il vino, che oggi rappresenta il prodotto principale dell'export italiano, nonostante sia ancora da colmare il gap di valore con la Francia.

Analizzando i dati di questa indagine emerge che il consumo di vino rimane invariato dal 1983 ad oggi (attualmente ne fa uso più del 50% della popolazione adulta), quello che invece è cambiato è il numero dei grandi bevitori: coloro che dichiarano di consumarne oltre mezzo litro al giorno sono passati dal 7,4% del 1983 ad appena il 2,3% del 2016. 

Questo primo dato conferma che oggi il popolo degli amanti del vino è diventato sempre più maturo ed attento alla qualità.

L'anno scorso consumavano vino 28 milioni di persone: il 51,6 % degli italiani con 65 anni d'età e oltre, il 58, 4% di quelli di età compresa tra 35 e 64 anni e il 18,6% dei giovani con età compresa tra i 18 e i 34 anni. Questa fascia di popolazione punta più decisamente sul bere vino di qualità, soprattutto in occasione di aperitivi e cene con amici facendosi interpreti di un modello virtuoso di "neo sobrietà" che si contrappone a quello del consumo sfrenato di bevande alcoliche dei loro coetanei del Nord Europa. 

Il concetto di qualità nella scelta e acquisto di una bottiglia di vino vince anche sul prezzo per il 93,2% del campione. Se nel pieno della crisi economica la spesa per il vino ha subito un calo consistente del 21%, nel biennio 2013 - 2015 c'è stato un segnale di ripresa, con un aumento del 9%. 

In questi ultimi anni è cambiata anche la platea dei consumatori: si è sempre più ridotta la fascia di popolazione che possiede livelli bassi di scolarizzazione, mentre è aumentata la quota di individui diplomati e laureati consumatori abituali di questa bevanda.

Oggi i consumatori italiani di vino  declinano il termine qualità in tre specificazioni. La prima è italianità: per il 91,2% degli intervistati, infatti, il principale requisito nella scelta di un vino è che questo sia "Made in Italy".

La seconda importante connotazione riguarda la certificazione d'origine: l'85,9% della popolazione italiana sceglie di acquistare vini Dop (Denominazione di origine protetta) , mentre l'85,2% IGP (Indicazione geografica protetta).

Da questi interessanti dati si evince che oggi il vino è vissuto non solo come un prodotto alimentare, ma anche come un bene molto connotato simbolicamente, in quanto è espressione sia di cultura nazionale che delle singole tradizioni storiche locali. 

Infine il 70% dei consumatori indica nel marchio il fattore determinante, a dimostrazione dell'importanza e del ruolo che rivestono oggi alcuni brand italiani, molto conosciuti anche al di fuori dei confini nazionali.

Proprio gli ultimi dati sull'export indicano il buono stato di salute del nostro settore vitivinicolo italiano, che però non è riuscito ancora ad esprimere in pieno tutto il suo enorme potenziale.

Nonostante l'Italia sia il maggior produttore europeo di vino, la nostra qualità è ancora percepita come inferiore rispetto a quella francese e tedesca.

Questo paradosso è reso ancora più evidente dai numeri: il valore per ettolitro del vino italiano è pari a 191, 40 Euro , contro i 316,60 della Francia e i 207, 70 della Germania.

Un ultimo elemento, ovviamente da non trascurare, è l'indotto che ogni anno si sviluppa attorno alla filiera vitivinicola, a partire proprio dalle attività turistiche. 

I viaggi, le esperienze gastronomiche e gli eventi legati al settore food & beverage negli ultimi dieci anni sono diventati un fattore molto importante per lo sviluppo e l'occupazione di molte nostre regioni italiane, basti pensare che lo scorso anno ben 24 milioni di italiani hanno partecipato ad eventi correlati al cibo e al vino e, inoltre, hanno trascorso le loro vacanze estive in località molto celebri per l'enogastronomia. 

 

 

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