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Cresce il mercato del vino online. Fatturato a 220 milioni entro il 2023.

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Le etichette cult, le annate introvabili dei produttori vinicoli più noti e le bottiglie estere sul web, mentre gli scaffali delle enoteche e dei supermercati restano i principali canali di vendita per la gran parte del vino Made in Italy.

Nel nostro Paese il commercio delle bottiglie di vino online stenta a decollare in quanto è ancora molto limitato, eccessivamente frazionato, dipendente da fattori sociali e da precise scelte aziendali.

Ma le cose potrebbero presto cambiare: a suggerire una possibile inversione di marcia ci ha pensato la ricerca condotta da OVSE (Osservatorio Vini Spumanti Effervescenti) e CEVES (Centro Studi Accademici Ricerca e Osservatorio Economico) che prevede una crescita del segmento web fino a 200 milioni di euro entro i prossimi cinque anni, con una notevole riduzione delle vendite tradizionali di vino.

Secondo quanto emerge da questo studio, in Cina circa il 20% del vino è venduto online per un valore stimato di 1,4 miliardi di euro; negli Usa l'e-commerce detiene il 15% di penetrazione retail vicino a circa un miliardo di euro; in UK il fatturato è di 0,9 miliardi di euro pari al 12% dei movimenti di vendita dei vini, in Francia il 10% del vino nazionale è venduto online, in Spagna è l'8% di tutto il vino commercializzato, in Germania il 5% e in Italia solo lo 0,5%.

Nel nostro Paese il giro d'affari del mercato del vino online si divide fra il 51% venduto dalle aziende tramite il proprio sito web, il 25% attraverso i siti specializzati come Svinando, Tannico, Wineverse e Vinix, il resto su altri portali internazionali o di insegne, come Ebay e Amazon.

La Toscana è la regione vinicola più presente online con il 28% di quota mercato, seguita da Piemonte, Veneto e Lazio. Le etichette più vendute sono quelle di fascia medio - alta e alta, ovvero quelle che vanno dai 10 euro in su. Ancor meglio, in proporzione risulta la distribuzione di bottiglie da venticinque euro ed oltre. L'online è anche un canale che favorisce le etichette straniere.

Oggi è risaputo che in molti settori l'Italia è ancora legata al rispetto della tradizione e al senso di appartenenza e, di conseguenza, non c'è da stupirsi se alle volte appare un po' più lenta nell'accettare i nuovi cambiamenti in atto. Proprio per questo, come sottolinea il Presidente di OVSE - CEVES l'e-commerce non deve essere percepito dalle aziende vinicole come un'antagonista del commercio tradizionale, ma bensì come un suo alleato, anche se al momento sembra favorire i vini di fascia alta e quelli più conosciuti come il Brunello di Montalcino, l'Amarone, la Valpolicella, il Bolgheri, il Chianti, il Barolo, il Barbaresco, il Barbera e il Franciacorta.

 

 

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L'Italia, un Paese ricco di eccellenze alimentari di qualità.

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Con ben 5047 specialità alimentari tradizionali censite sul territorio nazionale, l'Italia detiene oggi il record mondiale per varietà e ampiezza del patrimonio agroalimentare.

E' quanto emerge da una recente indagine della Coldiretti sulla base delle specialità alimentari ottenute secondo il rispetto di rigide regole e standard tradizionali protratti nel tempo per almeno venticinque anni.

Per quanto concerne le varie categorie, si tratta di 1.521 diverse tipologie di pane, pasta e biscotti, seguiti da 1.424 verdure fresche e/o lavorate, 791 salumi, prosciutti, carni fresche e insaccati vari, 497 formaggi, 253 piatti composti o prodotti della gastronomia, 147 bevande analcoliche e alcoliche, 167 prodotti di origine animale e 159 preparazioni di pesci, molluschi e crostacei.

Un'offerta enogastronomica di qualità che è ritornata ad essere la vera protagonista delle tavole degli italiani, grazie anche alla rete di vendita diretta dei mercati, delle fattorie e degli agriturismi di Campagna Amica.

Sul podio delle "Bandiere del Gusto" troviamo nell'ordine la Campania (515) seguita dalla Toscana (461) e dal Lazio fermo a quota 409. A seguire, si posizionano l'Emilia Romagna (388) e il Veneto (376), davanti al Piemonte con 388 specialità e alla Liguria che può contare su 294 prodotti. A ruota, seguono tutte le altre Regioni: la Puglia con 276 prodotti tipici recensiti, la Calabria (268), la Lombardia (248), la Sicilia (244), la Sardegna (193), il Friuli Venezia Giulia (169), il Molise (159), le Marche (151), l'Abruzzo (148), la Basilicata (144), la Provincia Autonoma di Trento (105), l'Alto Adige (90), l'Umbria (69) e la Valle d'Aosta con 12.

Particolarmente ricca, curiosa e colorata risulta anche la lista delle specialità tipiche nazionali come ad esempio la colatura di alici di Cetara, un liquido dal forte sapore inteso, frutto della sapiente stagionatura e pressatura delle alici salate; in Toscana sono molto apprezzati e conosciuti gli "stinchi di morto", particolari biscotti tipici della zona di Grosseto e Siena, dal colore giallo senape. 

Sempre la Coldiretti, segnala nel Lazio il fagiolo del purgatorio di Gradoli, seminato e coltivato da moltissimi anni in questa zona d'Italia, al punto da rappresentare uno dei piatti tipici del mercoledì delle ceneri, chiamato "pranzo del purgatorio", mentre in Emilia Romagna si apprezza una marmellata di mosto d'uva (Saba) con l'aggiunta di frutta.

La nostra Regione Veneto va fiera della sua polenta di montagna che si ottiene dalla farina di mais sponcio, sulla quale i Piemontesi spalmerebbero molto volentieri il brus, un prodotto lattiero - caseario derivato dalla lavorazione di robiole stagionate

Sicilia e Sardegna apprezzano rispettivamente la "sa pompia", un frutto sardo simile al limone che cresce solo nella zona della Baronia e lo squartucciato, un dolce tipico siciliano ripieno di fichi d'India protagonista indiscusso della Festa di San Giuseppe a Poggioreale, mentre i Friulani vanno fieri della loro porcaloca, un'oca intera disossata farcita con filetto di maiale, cucita a mano, legata cotta e affumicata.

Nella Regione Molise non si può rinunciare di certo alle sagnatelle, delle speciali fettuccine di farina di grano duro, mentre nelle Marche è tipica della tradizione contadina della zona di Jesi la lonza di fico, un dolce a base di fichi essiccati impastati con noci, mandorle e mistrà, avvolto in foglie di fico.

Il Comune di Campotosto in Abruzzo è molto famoso per la forma della sua mortadella, nota come "coglioni di mulo" così come quello lucano di Episcopia per le sue rsskatiedde cca muddiche, una pasta preparata con le molliche di pane.

Dalla zona del Trentino Alto Adige proviene la famosa luganega, la salsiccia che è un emblema della gastronomia provinciale, mentre dalle Valle Aurina dell'Alto Adige deriva il graukase, il formaggio più magro che esista in Italia. Infine l'Umbria è da sempre orgogliosa della sua fagiolina del Trasimeno, mentre la Valle d'Aosta annovera l'olio di noci.

Tutte queste specialità tipiche alimentari rappresentano un bene comune per l'intera collettività e costituiscono inoltre un prezioso patrimonio culturale che l'Italia può offrire con orgoglio ai tanti turisti nazionali e stranieri.

Inoltre, il primato nei prodotti tradizionali si aggiunge a quello dei prodotti a denominazione di origine protetta (Dop /IGP), che hanno raggiunto quota 292, e ai 523 vini italiani Docg, Doc e IGT. 

Come abbiamo ampiamente documentato la settimana scorsa, oggi il turismo enogastronomico sta vivendo un periodo sempre più aureo nel nostro Paese. Un italiano su tre ha recentemente dichiarato di aver svolto almeno un viaggio all'insegna dell'enogastronomia nel corso degli ultimi tre anni. Un dato che conferma come l'enogastronomia sia passata da un ruolo "accessorio" a vera e propria componente in grado di influenzare, sempre più, la scelta di viaggio degli italiani

 

 

 

  

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Il turismo enogastronomico conquista gli italiani.

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Il turismo enogastronomico sta vivendo un periodo sempre più aureo nel nostro Paese. Un italiano su tre dichiara di aver svolto almeno un viaggio all'insegna dell'enogastronomia nel corso degli ultimi tre anni. Un dato in forte crescita rispetto a quello registrato nel 2016 che si attestava al 21%. Ma ora i turisti enogastronomici salgono al 30%.

Questa importante rilevazione testimonia come l'enogastronomia oggi sia passata da un ruolo "accessorio" a vera e propria componente in grado di influenzare sempre di più la scelta di viaggio degli italiani, a tal punto che il 63% di questi valuta molto importante la presenza di un'offerta enogastronomica o tematica quando sceglie la meta dove trascorrere le proprie vacanze.

Elementi imprescindibili sono la qualità e la sostenibilità, mentre per quanto riguarda il tema green non è un driver di scelta solo per le produzioni agroalimentari, ma anche delle strutture ricettive e degli eventi. Tra le esperienze food più popolari e maggiormente preferite da gli italiani, dopo l'assaggiare piatti tipici locali  in un ristorante, seguono visitare un mercato con presenza di prodotti agricoli del territorio e acquistare cibo da un food truck. Forte risulta anche l'interesse verso il settore Beverage, con la scelta di degustare non solo vini di qualità ma anche proposte di birre locali.

La Regione più ambita e desiderata dai turisti italiani per trascorrere un periodo di riposo, svago e relax è la Toscana, ma si riscontra anche un particolare interesse per le località del Sud, specialmente per la Sicilia e la Puglia. Quello che emerge dal Primo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano, presentato qualche giorno fa a Milano, è che molte regioni presentano un potenziale turistico inespresso o ancora poco valorizzato e, quindi, non vengono percepite attualmente come mete enogastronomiche rilevanti, nonostante siano ricche di eccellenti prodotti tipici locali. 

Stando a quanto emerge dall'analisi dei dati di questo interessante studio, possiamo affermare che la Lombardia, il Piemonte e il Veneto, pur vantando un'offerta turistica ed enogastronomica degna di rispetto, si posizionano tutte immediatamente dietro la Toscana.

Anche Egidio D'Incà e Walter Lira, i due soci dell'Azienda Agricola Pian delle Vette, condividono pienamente il discorso dell'attuale ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, pronunciato in occasione della conferenza stampa di presentazione di questo Primo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano: "Oggi c'è una crescente domanda di servizi per i turisti del cibo che va sempre di più soddisfatta. E' molto positiva la crescita dei viaggiatori che visitano i nostri territori alla scoperta delle ricchezze enogastronomiche. Serve ora aprirsi ancora di più, aggiungendo alla qualità e alla sostenibilità la parola multifunzionalità. La ricezione turistica, anche attraverso l'apertura delle strutture produttive ai visitatori, può diventare uno strumento essenziale per avvicinare e far incontrare produttori e consumatori, oltre che essere una voce di reddito aggiuntiva, Su questa strada dobbiamo fare di più a partire dalla formazione professionale. Abbiamo bisogno di professionisti del cibo, che sappiano interagire anche con i turisti e con i buyer stranieri."

Queste prezioso discorso rappresenta un'importante occasione per ricordare nuovamente ai nostri affezionati Clienti e lettori che Pian delle Vette Cantina di Monatagna è costantemente impegnata nella promozione delle eccellenze enogastronomiche bellunesi e della Regione Veneto sia in Italia, sia all'estero, partecipando attivamente alle più prestigiose manifestazioni e rassegne del settore Food & Beverage, che ci hanno permesso anche di portare a casa numerosi apprezzamenti, riconoscimenti e premi proprio per l'alta qualità dei nostri vini di montagna prodotti a Vignui di Feltre, piccolo borgo situato alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. 

Inoltre, all'interno della nostra Azienda Agricola è sempre possibile organizzare serate o eventi speciali per poter conoscere e degustare in piena tranquillità e in buona compagnia, le nostre etichette abbinate ad una selezione di prodotti della cucina tipica di montagna.

Proprio a conclusione di un 2017 ricco di grandi soddisfazioni e di nuovi importanti successi ottenuti con tanta dedizione, sacrifici e ore di lavoro sui vigneti, per Egidio D'Incà e Walter Lira è arrivata davvero una succulenta occasione; ovvero poter andare in onda sulla trasmissione televisiva Gustibus di La 7, in occasione di una puntata speciale dedicata alla promozione e valorizzazione delle eccellenze gastronomiche del Veneto, facendo conoscere alla platea televisiva la storia di Pian delle Vette e dei suoi pregiati vini di alta qualità. 

Per quanto concerne il profilo del turista enogastronomico italiano, Roberta Garibaldi, esperta di turismo e cultura e docente presso l'Università degli Studi di Bergamo, lo sintetizza così: "E' un turista acculturato, con maggiore capacità e propensione alla spesa, che cerca nell'enogastronomia un'opportunità di conoscenza e contatto con la cultura di un territorio. Organizza il suo viaggio affidandosi sempre più al web, sia per raccogliere informazioni, sia per prenotare le singole componenti del viaggio. Durante il suo soggiorno vuole sentirsi sempre più coinvolto ed è disposto a sperimentare l'enogastronomia a 360 gradi, affiancando spesso altre proposte attive, Preferisce percorsi misti, non monotematici: il turista del vino cerca anche ottime esperienze gastronomiche."

Se si considera l'offerta enogastronomica, i numeri del nostro Bel Paese sono di tutto rispetto, con 821 Indicazioni Geografiche Food & Wine, 586 ristoranti di eccellenza, 11.329 agristori, 18.632 agriturismi con alloggio, 169 Strade del Vino e dei Sapori, 12.446 agriturismi che offrono proposte turistiche quali maneggi, escursioni guidate a piedi o in mountain bike, fattorie didattiche etc. A ciò si aggiungono una molteplicità di altre esperienze food & beverage, quali Musei del Gusto, esperienze in cantina, eventi tematici e scuole di cucina.

 

 

 

 

 

 

 

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Storia dei nomi dei vini - nono episodio.

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ANSONICA, INSOLIA.

Antichissimo vitigno bianco che affonda le proprie origini nella notte dei tempi, l'Ansonica cresce nelle zone della Toscana - sulle coste delle provincie di Grosseto e Livorno, sull'isola d'Elba e sull'isola del Giglio - e in Sicilia, dove è conosciuto con il nome di Inzolia. Ultimamente sono state trovate tracce di questo vitigno anche sulle coste del basso Lazio e della Campania.

In Toscana la sua coltivazione è avvenuta fin dalle prime colonizzazioni romane, anche se geneticamente presenta fortissime affinità con i vitigni greci. I ricercatori Dalmasso e Alessio nel 1938 e Breviglieri nel 1964, hanno dimostrato come la Sicilia si possa ritenere la terra di approdo dell'Ansonica.

Non è forse un caso che un vitigno proveniente dalle isole greche, da un'ambiente a forte declinazione marina, abbia trovato nell'isola il clima adatto per esprimere la sua robustezza, il suo gusto fruttato e il profumo delicato. Qui il vitigno assume nomi diversi ed è coltivato soprattutto nel Trapanese e nell'Agrigentino, dove sono stati trovati tre gruppi genetici di Ansonica incrociatisi con altri vitigni locali.

Il recente studio genetico del germoplasma di alcuni campioni di vitigno dell'isola del Giglio ha mostrato invece come questi abbiano una fortissima affinità non solo con l'Ansonica continentale ma anche con l'Inzolia siciliana e, inoltre, anche con il vitigno spagnolo Airen, con il francese Clairette, ma soprattutto con i vitigni greci Rhoditis e Sideritis.

La scienza è stata coadiuvata in questa scoperta dal particolare metodo di coltivazione tipico dell'isola del Giglio, fondato su una corta potatura dei tralci che vengono appoggiati su canne intrecciate: tale sistema di coltivazione è di riconosciuta provenienza greca.

L'Ansonica appare come un vitigno itinerante per il Mediterraneo, in cerca di coste e di climi temperati dove fruttare. Al di là delle sue origini, sarà sempre Roma a imprimere la svolta nella produzione e nel suo commercio.

La zona di impianto dell'isola d'Elba era già celebrata nell'Urbe come Insula vini ferax e Plinio il Vecchio testimonia dell'apprezzamento dei mercati romani per il vino prodotto nell'isola.

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Storia dei nomi dei vini - quinta parte.

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Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei nomi del vini, con un nuovo appuntamento della nostra rubrica informativa. Questa settimana vi parleremo dell'origine storica del Barbaresco e del Chianti.

BARBARICA SILVA - BARBARESCO.

Roma si ritrova ovunque a Barbarica Silva, una collina occupata dai celti liguri e assediata dai romani, probabilmente dai consoli Marco Popilio e Marco Fulvio Flacco, che nel II secolo a.C. varcano il Tanaro e sconfiggono i barbari.

Da allora, la sacra vite romana sostituisce la Barbarica Silva, originando l'identità e la storia del Barbaresco.

Roma la si respira a Villa Martis, in onore di Marte, dio della guerra. Di qui, dalla cascina oggi della Martinenga, passava la strada che univa Torino alla costa ligure, citata da Tito Livio nella sua storia di Roma.

Roma è anche nelle mura di Neive, un borgo sorto intorno alla proprietà donata alla potente famiglia capitolina della Gens Naevia, così come è a Treiso, la terza pietra militare della strada che allora conduceva verso Alba Pompeia, odierna Alba e forte presidio militare romano nel Piemonte meridionale insieme ad Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna) e Pollentia oggi Pollenzo.

Roma è nell'Alba Pompeia che ottiene nell'89 a.C. l'imprimatur romano con l'editto del generale Gneo Pompeo Strabone, che dà i natali all'imperatore Publio Elvio Pertinace, salito al trono nel 192 all'indomani dell'assassinio di Commodo. 

Pertinace si distinse nella guerra ai parti e assistette Claudio Pompeiano nella guerra contro i germani prima di diventare governatore di Maesia, Siria e Britannia. Leggenda vuole che Pertinace facesse giungere il vino delle sue colline sulle tavole dei nobili romani, promuovendone il grande lignaggio. 

Non sappiamo se sia vero, ma Roma è ancor oggi fra quelle colline con San Rocco Seno d'Elvio, la frazione che tra Alba Pompeia e Barbarica Silva ricorda il nome dell'imperatore. 

Così come Roma è nelle cantine di Barbaresco, Neive, Treiso attraverso le pagine di Plinio il Vecchio, che nelle sue ricerche sui terreni più adatti alla coltivazione della vite considera le argillose vigne di Alba Pompeia tra le migliori, persino in confronto ai terreni vulcanici campani.

E cosa dire dei celti liguri, scacciati dalla Barbarica Silva? Anche loro hanno lasciato in dono a quelle terre un grande nome. Il celtico brig (collina) sarà il bric, bricco o collina delle Langhe e del Monferrato piemontesi.

CLANTE - CHIANTI.

E' preromana l'origine del nome del più popolare fra i vini toscani, il Chianti. Tre sono le tesi di gruppi di linguisti che si fronteggiano circa il significato della parola etrusca che battezza questo vino.

Clante è il nome di una nobile, influente famiglia etrusca. Lo testimoniano alcune iscrizioni rinvenute sia a Perugia sia a Chiusi, città fondate dagli etruschi, così come Arezzo, Cortona, Fiesole, Talamone e Volterra.

Alcuni glottologi, riferiscono Chianti al gentilizio etrusco Clanti. Se Clan sta in etrusco per "figlio", Clanti sarà figlioccio, figliastro o figlio adottivo. 

L'ultima tesi, forse quella davvero più suggestiva, muove dall'etrusco nome dell'acqua: a sua volta Clante - I.

Ricca d'acqua e perciò particolarmente pregiata per l'agricoltura, così sarebbe stata battezzata dagli etruschi l'ampia zona del Chianti, fra Siena e Firenze.

Anche per questo vino, non ci sono dubbi sul ruolo di Roma come effettivo e potente fattore di sviluppo degli insediamenti vitivinicoli, che incominciarono a moltiplicarsi sin dagli albori dell'occupazione romana. 

 

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