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Categorie Vini

L'Alpago: terra di viticoltura in rosa.

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Circondata dalle Prealpi Bellunesi, la Conca dell'Alpago è un susseguirsi di incantevoli prati e boschi, colline e pendii che dal lago di Santa Croce si innalzano nell'aspra e frastagliata corona rocciosa dei Monti Cavallo, Col Nando e Dolada. I numerosi paesi che la compongono conservano tutt'oggi un'antica struttura edilizia e una tradizione culinaria di alta qualità. 

In queste terre di montagna la viticoltura ha avuto una lunga storia legata all'autoconsumo delle famiglie che si dedicavano ai seminativi, ai pascoli e alla bachicoltura. Da diversi anni, i viticoltori dell'Alpago stanno puntando a trasformare le loro produzioni di vino da un ambito personale a quello più professionale. Una vocazione certamente non sconosciuta nella conca quella di coltivare le viti e che oggi grazie all'AVA, (Associazione Viticoltori Alpagoti), si appresta a diventare un settore in grado di creare nuove opportunità di business e di occupazione.

L'azienda Val De Pol di Katja Zanon, situata nel suggestivo borgo di Codenzano, è un primo esempio di questo processo di trasformazione. Oggi giorno la sua titolare affronta con grande determinazione ed impegno quest'avventura nel suo piccolo ettaro di vigneto dove coltiva, nella maniera più naturale possibile, la sua grande passione il Pinot Nero.

I suoi terreni sono di composizione calcareo argillosa ed esposti a pieno sud, sostenuti da antichi muretti a secco fatti ripristinare appositamente pochi anni fa dalla stessa proprietaria.Nella cantina di questa piccola azienda (la prima sorta in Alpago), il vino si affina in barriques delle Tonnellerie Val de Loira.

Artigianalità pura e conduzione in biodinamica per una produzione di 1.300 bottiglie di grande spessore e carattere (un vino base e due cru).

Un'altra azienda vitivinicola simbolo della Conca dell'Alpago è quella di Maddalena De Mola, che ha preso piede velocemente grazie al supporto della famiglia, riuscendo a produrre nei suoi due ettari di terreno il Pinot Grigio Altiores Uvae (ovvero uve più elevate), quasi una sorta di slogan per questa piccola realtà agricola che produce inoltre miele, fagioli e piccoli frutti che si possono acquistare assieme al vino, durante una sua degustazione in cantina. 

 

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La viticoltura bellunese si espande puntando sull'alta qualità delle produzioni vinicole.

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La Provincia di Belluno fino agli anni Sessanta del secolo scorso, è stata caratterizzata da un'economia agricola povera basata in prevalenza sull'alpeggio; la viticoltura, fiorente nei secoli precedenti in aree vocate come il Feltrino, era considerata per lo più un'attività marginale. 

Nell'ultimo decennio, si è verificata un'inversione di tendenza: il Bellunese ha riconquistato una forte vocazione vitivinicola recuperando la propria storia, rivelandosi presto un interessante territorio sperimentale in cui coesistono la conservazione dei vigneti autoctoni abbinati alla sperimentazione di varietà più resistenti; il tutto in una prospettiva di una viticoltura eroica di qualità e sostenibile. 

Rispetto alla superficie vitata della Regione Veneto, stimata in 90.000 ettari per il 2017, il Bellunese ne conta solo 147. Un piccolo numero che è aumentato di un terzo nell'ultimo triennio e che ha visto la nascita di nuove aziende agricole di dimensioni medio piccole, spesso gestite a livello familiare. Anche il biologico risulta un settore in forte crescita, con quattro aziende già certificate ed una decina in conversione.

L'area geografica del vitigno Bellunese.

Geograficamente, il vitigno bellunese si distribuisce in località ben definite e circoscritte come ad esempio la zona di Feltre, dove recentemente è nato il Consorzio Coste del Feltrino. 

La Conca dell'Alpago, dove stanno nascendo piccole aziende che hanno ripreso a coltivare la vite, in abbandono dal secondo dopoguerra in questi luoghi. Seren del Grappa, dove è in atto una vera e propria sperimentazione sulle varietà resistenti di Vitis Vinifera che s'inserisce in un progetto più ampio ed articolato di rivitalizzazione del territorio della Valle di Seren.

Infine, la Valbelluna - Sinistra Piave - dove poco più di 60 ettari di vigneto sono coltivati prevalentemente a Glera, assieme ad altre varietà atte alla produzione del noto Prosecco DOC

Il Consorzio Coste del Feltrino.

La vocazione storica della viticoltura feltrina risulta oggi molto documentata. Lo Statuto dei Vignaioli del Monte Aurin, approvato nel 1518, stabiliva norme precise per la conduzione dei vigneti per garantire, fin da allora, vini di alta qualità che avevano un mercato fiorente verso l'Agordino, la Valle di Primiero e i territori alpini di lingua tedesca.  I vigneti occupavano le rive esposte a sud nei comuni di Feltre, Fonzaso, Arsiè e Seren del Grappa, con una produzione di qualità derivante da varietà soprattutto locali.

Nel Settecento, l'arrivo di inverni sempre più rigidi misero a dura prova il territorio della Provincia di Belluno, poi tra l'Ottocento e il Novecento, la comparsa delle malattie della vite provocarono un primo impoverimento del patrimonio vinicolo, con conseguente introduzione delle viti americane. Inoltre, nel secondo dopoguerra, la crescita e lo sviluppo del settore manifatturiero e dell'occhialeria, favorirono un consistente abbandono delle terre agricole e la quasi scomparsa della viticoltura bellunese.

Ma da qualche anno, un gruppo di viticoltori ha ripreso con entusiasmo a coltivare la vite, andando a recuperare antiche varietà locali come la Bianchetta, la Pavana, la Turca e la Gata, anche sperimentando con notevole successo altre cultivar italiane ed internazionali come Merlot, Chardonnay, Pinot Nero e Teroldego

Nel marzo del 2015, questo gruppo di imprenditori agricoli ha dato vita al Consorzio Coste del Feltrino, al quale oggi aderiscono 11 aziende, con un totale di 20 ettari vitati. La sua mission principale è caratterizzare fortemente tutte le imprese del settore che operano in questa particolare area, proponendo un modello di viticoltura non intensiva legata alla tradizione, al paesaggio e altre attività agricole già esistenti. 

Oltre ad un rigido Statuto, i soci del Consorzio sono tenuti al rispetto di una "Regola di Produzione", che stabilisce quali sono le varietà ammesse, escludendo quelle che non s'integrano perfettamente con il territorio montano delle Dolomiti Bellunesi.

Regole severe che privilegiano la conduzione biologica o integrata dei vigneti restringendo le norme già poste in essere dal Disciplinare dell'IGT Vigneti delle Dolomiti.

Tutto questo rappresenta un primo passo verso l'ottenimento di una denominazione d'origine specifica, a tutela di un patrimonio fatto di storia, qualità ed eccellenza. 

 

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Le nuove generazioni tornano a coltivare la terra.

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Con oltre 55.000 aziende agricole gestite da under 35, il nostro Paese detiene il gradino più alto del podio per numero di giovani impiegati nel settore agricolo, con un significativo aumento del 9% ottenuto nel terzo trimestre 2017.

Secondo la Coldiretti, le imprese agricole condotte da giovani imprenditori con meno di 35 anni d'età, possiedono una superficie agricola superiore del 54% rispetto alla media nazionale, realizzano un fatturato più elevato del 75% e presentano il 50% in più di occupati in azienda. 

Si tratta per lo più di realtà che stanno puntando sempre più su quelle caratteristiche peculiari di distintività nazionale che garantiscono un valore aggiunto nella competizione globale come ad esempio il territorio, il turismo, la cultura, l'arte, il cibo, l'enogastronomia, che hanno permesso all'export agroalimentare italiano di poter raggiungere la soglia storica di 41 miliardi di euro nell'ultimo anno. 

Il boom di giovani nel settore primario ha completamente rivoluzionato il lavoro nei campi dove oggi il 70% delle imprese under 35 opera in numerose attività che vanno dalla semplice trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche ai percorsi rurali di pet - therapy, ma anche alle attività ricreative, all'agricoltura sociale per l'inserimento di persone disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, aree verdi e strade, fino all'agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energia rinnovabile.

La crescita dei giovani fra i campi è confermata anche dal consistente aumento degli studenti di agraria sia alle scuole medie superiori, sia nelle università italiane, che ha registrato un incremento del + 36% delle iscrizioni nell'ultimo quinquennio. I ragazzi che alle superiori hanno scelto un percorso di studi legato all'agricoltura e all'ambiente sono stati 45.568 nell'anno scolastico 2017/2018, segnando il record assoluto degli ultimi cinque anni.

Le ragioni di questo enorme successo sono legate principalmente al desiderio dei giovani italiani di poter studiare delle materie che uniscano la pratica alla teoria, che insegnino concretamente come si fanno le cose e come si possa davvero costruire una carriera professionale a stretto contatto con la natura, grazie ad un'esperienza che affianchi le  tante ore di studio sui libri al lavoro nelle stalle, nei caseifici, nei vigneti, nei campi, nei laboratori

La prospettiva di futuro della scuola agraria è confermata anche dal fatto che negli attuali 35 diversi percorsi didattici presenti negli Istituti Tecnici Superiori italiani, si registra un tasso di occupazione di oltre il 73& a solo un anno dall'ottenimento del diploma di maturità quinquennale.

Proprio per l'ampia varietà del percorso formativo, gli Istituti di Agraria registrano un minor numero di abbandoni scolastici e una maggiore attrattiva anche per i passaggi degli studenti provenienti da altri indirizzi scolastici professionali e non.

Molte sono anche le materie proposte agli studenti italiani: dalla zootecnia al settore lattiero caseario, dalla coltivazione dei cereali alle piante da frutto, passando dalla viticoltura all'olio d'oliva, dalla selvicoltura alla floricoltura, ma non mancano neppure specifici corsi di studio legati alla promozione, gestione e valorizzazione dell'ambiente e del territorio rurale. 

 

 

 

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Il Vino Bellunese grande protagonista al Vinitaly 2018.

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Sarà la neoeletta Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ad inaugurare domenica 15 aprile la 52° edizione del Vinitaly "Salone Internazionale del Vino e dei Distillati", la più importante fiera per il settore vinicolo italiano e una tra le più prestigiose al mondo, che si svolge alla Fiera di Verona nel periodo compreso tra la fine di marzo e la prima settimana del mese di aprile.

Il Salone riunisce ogni anno produttori, importatori, distributori, ristoratori, tecnici, giornalisti e opinion leader ospitando più di cinquanta degustazioni tematiche di imprenditori vinicoli italiani ed internazionali, proponendo un ricco calendario di convegni, workshop ed eventi dedicati all'approfondimento delle principali tematiche legate al settore del vino.

La scorsa edizione del Vinitaly ha registrato 128.000 presenze provenienti da 142 paesi, 32.000 buyer stranieri (+ 8% rispetto al 2016) e oltre 4.270 aziende, andando così a premiare la spinta verso una sempre più netta separazione tra il momento riservato al business in fiera e il fuori salone dedicato ai wine lover nella splendida ed incantevole Città di Verona.

Fra pochi giorni il vino bellunese farà il suo ingresso da vero protagonista al Vinitaly 2018. Martedì 17 aprile nello stand di Confagricoltura (Padiglione 9 Area D) si svolgerà un incontro pubblico per dare il giusto risalto e valore alla realtà vinicola della Provincia di Belluno, che nel solco di un'antica tradizione, sta riscoprendo il proprio potenziale enologico con la scelta di vitigni autoctoni e internazionali che ben si adattano al terroir di montagna e al clima rigido delle Dolomiti Bellunesi.

A introdurre la tavola rotonda sarà Enzo Guarnieri, presidente del Consorzio di Tutela Coste del Feltrino, seguito dagli interventi di Giampaolo Cet, presidente di Piwi Veneto e da Diego Donazzolo, attuale presidente di Confagricoltura Belluno.

Guarnieri si soffermerà sul ripercorrere le principali tappe che hanno contribuito alla rinascita della viticoltura a Belluno, una zona di grande produzione di vino fino alla prima metà del Novecento (soprattutto nel Feltrino) con una resa di 80.000 ettolitri all'anno. Un patrimonio che purtroppo è andato perduto a causa dello scoppio della Grande Guerra e della comparsa della fillosseraperonospora e dell'oidio, ma ora  risulta in costante crescita. 

Nel corso degli anni le aziende che sono riuscite a sopravvivere hanno ricominciato a coltivare varietà autoctone come la Bianchetta, la Pavana, la Gata e alcune varietà internazionali che stanno dando buoni risultati nel nostro territorio montano come Pinot, Chardonnay, Merlot, Traminer aromatico e Manzoni Bianco.

Oggi le undici aziende che hanno dato vita al Consorzio Coste del Feltrino coltivano venti ettari con una produzione di 1.200 ettolitri di vino all'anno. Il mercato sta rispondendo bene sia in Europa che oltreoceano e, proprio per questo, Enzo Guarnieri si farà promotore di chiedere nei prossimi mesi l'assegnazione di una Denominazione di Origine Controllata (DOC) per tutelare maggiormente i vini delle Dolomiti Bellunesi.

Al termine dell'incontro seguirà un brindisi per far conoscere e scoprire ai numerosi ospiti presenti l'alta qualità dei vini bellunesi abbinati al formaggio Piave DOP. A questo speciale connubio d'eccezione si potrà anche degustare il nostro pregiato vino rosso Granpasso Uve Teroldego annata 2010 - Carattere Deciso che, proprio l'anno scorso, ha ottenuto la medaglia d'oro al Concorso "Wine of The Year 2017" organizzato dalle Associazioni Via Claudia Augusta Altinate di Germania, Austria e Italia e, inoltre, anche altri premi e riconoscimenti ufficiali tra cui la medaglia d'argento al Concorso "BeoWine Fair" di Belgrado, la più importante fiera enologica del Sud Est Europa. 

 

 

 

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Il vino più antico d'Italia ha origini siciliane.

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Il vino più antico d'Italia e di tutto il Mediterraneo occidentale è stato prodotto in Sicilia quasi 6.000 anni fa. I suoi residui sono stati trovati in una giara risalente all'Età del Rame rinvenuta in una grotta del Monte Kronio, vicino alla città di Agrigento. 

A condurre le analisi è stato un gruppo internazionale di ricercatori coordinati dall'archeologo Davide Tanasi, a cui hanno collaborato anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.

Oggi grazie a questa interessante scoperta possiamo avere la conferma che la viticoltura e la produzione di vino in Italia sono più antiche di quanto si possa comunemente pensare: entrambe non sarebbero cominciate nell'Età del Bronzo (come ipotizzato finora), ma bensì quasi 3.000 anni prima.

A conferma di questa tesi, precedenti ricerche avevano permesso di rinvenire in Sardegna alcuni semi di malvasia datati tra il 1.300 e il 1.100 a.C., ma questi reperti potevano solamente attestare la pratica della viticoltura. Questa ricerca, invece, identifica i residui della fermentazione, che implicano non solo l'esistenza della viticoltura, ma anche di una vera e propria produzione di vino.

Le tracce di acido tartarico e del suo sale di sodio rinvenute nella giara, non hanno permesso ai ricercatori di conoscere se quell'antichissimo vino fosse bianco oppure rosso.

Anche l'identikit dei suoi produttori non è ancora stato definito con precisione; quello che attualmente si può supporre è che questi territori erano abitati in passato da comunità di agricoltori e allevatori, in cui iniziava a svilupparsi le prime forme di produzione tessile, mentre il settore metallurgico non era ancora così evidente.

In questo contesto, la viticoltura rappresentava un'importante novità in quanto il vino era un bene prezioso che poteva diventare oggetto di scambio e commercio, così come la sua giara in cui era contenuto.

Quelle rinvenute nella grotta del Monte Kronio, scoperte nel 2010 in occasione di un'esplorazione speleologica, venivano probabilmente usate in un contesto sacro, per contenere cibi destinati per onorare la "divinità della montagna". 

Oltre a quella contenente vino, l'equipe di ricercatori ha provveduto ad analizzarne altre cinque, scoprendo che in alcune di esse erano presenti importanti residui di grassi animali e vegetali lasciati probabilmente dalla preparazione di stufati e zuppe.

In conclusione, questa analisi ha permesso di attestare ufficialmente che in Italia la produzione vitivinicola sia diventata fiorente durante l'Età del Bronzo medio, ma che le prime "sperimentazioni"sono indubbiamente  più antiche.

Sino ad oggi il primato del vino più antico d'Italia spettava a quello prodotto in Sardegna circa 3.000 anni fa dalla popolazione nuragica. Un vecchio torchio recuperato nel 1993 sul Monte Zara, nei pressi della città di Monastir in Provincia di Cagliari, custodiva evidenti residui organici di acido tartarico.

Inoltre, nel sito nuragico di Sa Osa furono rinvenuti semi appartenenti ad un antichissimo vitigno sempre risalente a 3.000 anni fa. 

Oggi secondo alcuni studiosi, le origini della moderna enologia andrebbero ricercate lontane dall'Italia, ovvero in Iran, Cina o Caucaso, dove i primi vini della storia potrebbero essere stati davvero prodotti, quasi per caso, attorno al 7.000 o 8.000 a.C. 

 

 

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I Balcani: nuova frontiera per il vino.

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L'area del Sud - Est Europa (i Balcani) rappresenta una Regione con la quale la stessa Europa ma specialmente l'Italia intrattiene una relazione di "partenariato strategico" consolidatasi progressivamente nel corso degli anni.

Dopo i drammatici eventi conflittuali dell'ultimo decennio scorso, dove si sono resi necessari aiuti umanitari perfino per le cose più elementari della vita come viveri, carburanti, medicine e vestiario, questa Regione ha conosciuto una significativa stabilità politica, avviandosi decisamente sulla strada dell'integrazione sia "verticale" (con le principali Istituzioni Europee ed internazionali) sia "orizzontale" con la creazione di un'area di libero scambio regionale.

L'Italia è stata per molti aspetti artefice di tali dinamiche, con la costante azione dei soggetti pubblici nazionali e locali e delle imprese ed è oggi primo partner commerciale dell'Albania, della Croazia e della Serbia e sotto il profilo degli investimenti diretti risulta il primo investitore in Albania e in Montenegro, il settimo in Croazia e il nono in Bosnia.

La Croazia, con l'affermarsi di una ristorazione di alta qualità e il differenziarsi degli stili di vita, ha visto aumentare nel corso degli anni il consumo di vino a discapito di altri alcolici (ad esempio la birra). 

Per le aziende italiane rappresenta un mercato "fuori porta", quindi facilmente raggiungibile a costi ridotti, grazie alla sua vicinanza logistica. 

Il mercato emergente croato - come tutta l'area balcanica - è relativamente nuovo per il vino italiano ma in forte crescita.

Negli ultimi anni l'interscambio commerciale tra il nostro Paese e l'area dei Balcani è aumentato considerevolmente (nel 2008 è salito circa al 6% sul totale dell'export italiano, contro il 3,4% del 2001).

Tutto ciò che è enogastronomia, così come la moda, la creatività e il design Made in Italy, è amato, apprezzato e desiderato. 

Storia della viticoltura in Serbia.

Le prime tracce di viticoltura sono state trovate nella Pianura Pannoica e risalgono all'età del bronzo e a quella del ferro.

L'imperatore romano Domiziano aveva introdotto un regime di monopolio legale che è rimasto in vigore fino a Marco Aurelio Probo, nato proprio a Sirmium nel 232 d. C. (l'odierna Sremska Mitrovica) e che, piantando la vite sulle colline di Fruska Gora, ha collegato il suo nome all'inizio della vitivinicoltura in questo Paese.

La storia vinicola serba risale alla notte dei tempi, con un grande sviluppo nel VIII e IX secolo, ma soprattutto durante il dominio della dinastia Nemanjic tra il XI e il XIV secolo 

Nel 1349, fra le altre 200 leggi raccolte nel Codice Dusan dall'imperatore Stefano Uros IV Dusan Nemanjic, c'era anche quella in materia di vinificazione e di qualità del vino.

Quando le terre meridionali serbe furono occupate dai Turchi, i Serbi migrano a nord e il centro della vitivinicoltura diventò Krusevac.

Durante la dominazione turca fu distrutta gran parte dei vigneti, perché il consumo di alcol da parte dei mussulmani era proibito.

Le cose si ribaltarono dopo la liberazione dai Turchi, quando in Serbia iniziò uno sviluppo intensivo della vitivinicoltura, che diventò il settore economico più importante.

Nel 1848, durante il dominio asburgico, iniziò la produzione di vino su vasta scala con la cantina Navip e nel momento in cui la fillossera devastò i vigneti della Francia, la Serbia divenne un Paese produttore ed esportatore di vino.

All'inizio del ventesimo secolo, il re Pietro I di Serbia e suo figlio Alessandro I di Jugoslavija possedevano decine di ettari di vigneti e una cantina nella Serbia Centrale, da cui producevano vini di qualità.

La Krajina (termine serbo - croato che definiva la Serbia come zona di frontiera tra l'impero asburgico e i possedimenti ottomani) esportava vini di qualità fin dagli anni settanta del XIX secolo verso i mercati di Francia, Austria, Ungheria, Germania, Russia, Svizzera, Romania e altri paesi.

Allora era molto famoso il Bermet, un vino liquoroso prodotto soltanto in Serbia,  ancora oggi realizzato con la macerazione nel vino di venti erbe e spezie diverse.

Può essere fatto da uve rosse o bianche, anche se alcuni produttori lo fanno con un mix di uve sia rosse sia bianche. Alla base del rosso si dice che vi siano uve di Portugieser o di Merlot, mentre alla base del bianco c'è l'uva Zupljanka.

La sua ricetta originale è segreta e viene tramandata di generazione in generazione soltanto da una manciata di famiglie.

Il Bermet bianco era un vino molto popolare fra gli aristocratici dell'impero austro - ungarico ed era regolarmente esportato verso la corte di Vienna in grandi quantità.

Alcuni Bermet erano stati perfino inclusi nella carta dei vini del Titanic e circa 150 anni fa risultavano già esportati verso gli Usa.  

Per quanto riguarda il gusto, questo vino è dolce, ma non troppo, è molto denso ed è ricco di aromi di noci, castagne e confetture di frutta matura.

Oggi in Serbia ci sono circa 82.000 ettari di superficie vitata (per l'85% circa di proprietà privata) e si producono almeno altri 700 tipi di vino, sia di largo consumo che di qualità.

La maggior parte dei vigneti si trova lungo i bacini di grandi fiumi come ad esempio il Danubio e la Morava.

La diversità del microclima si riflette nei vari vini. Nel nord vengono meglio i vini bianchi, varietali, dalle tonalità brillanti tra il paglierino e il verdolino, di sapore in genere secco, leggeri e moderatamente alcolici.

Nella Serbia Centrale sono state ricreate moltissime vigne dopo la guerra, con una vasta gamma di uve bianche (in maggioranza Riesling Italico e Riesling Renano, Sauvignon, Chardonnay) e rosse (in maggioranza Pinot Nero, Gamay, Frankovka). 

Nel sud vengono meglio i vini rossi da Cabernet Sauvignon e Merlot. Il modo migliore per gustarli è affidarsi all'enoturismo.

Molte zone vitivinicole organizzano, soprattutto durante la vendemmia, feste, fiere e varie mostre dedicate al vino, abbinato alle numerose e variegate specialità della cucina serba.

Il Mercato del Vino nei Balcani.

Nei Balcani la coltivazione e la produzione di vino sono fortemente frammentate: ci sono tanti piccoli agricoltori che vendono la loro uva ai produttori di vino.

La qualità complessiva è di basso livello proprio perché le uve sono diverse e provengono da vigneti differenti.

Sul fronte del mercato del vino si registra una domanda crescente di prodotto di buona qualità, e per questo, c'è una grande attenzione in primis alla produzione italiana, seguita dalla Francia e dai Paesi confinanti.

L'andamento del mercato del vino in Albania nel 2010 ha registrato in termini di valore di vino importato, i 6,6 miliardi di lek, con una variazione positiva del 16% rispetto al 2009.

In questo paese l'Italia detiene la quota maggiore dell'import (con il 77%), seguita dalla Francia, dal Montenegro ( con il 6%), dalla Macedonia, dalla Spagna (4%) e dalla Grecia (2%).

Oggi i consumatori dei Paesi Balcanici sono diventati sempre più competenti e preparati, sanno apprezzare i nostri vini ma anche la cucina, l'arte, la moda e la nostra creatività. Il Made in Italy in generale gode di un'immagine di altissima qualità. 

Per coinvolgere il più alto numero di operatori della Serbia, del Montenegro e Paesi limitrofi, Italian Wine Expo promuove i vini italiani attraverso due importanti eventi che si tengono il primo a Belgrado Serbia, Fiera Internazionale del vino "Beo Wine" e il secondo a Podgorica Montenegro, Salone Internazionale del Vino "Monte Vino".

Il prodotto più importato continua ad essere il vino sempre più presente nel canale Ho. Re. Ca.

Bar, ristoranti, enoteche aprono nelle grandi città balcaniche in numero sempre crescente e, di pari passo con l'aumento di conoscenza e di apprezzamento della nostra cucina, rappresentano una ribalta ideale per la promozione dei prodotti italiani.

Da qui la prospettiva di sviluppo nell'area balcanica e specificatamente in Serbia e in Montenegro, paesi dove la cultura del vino è comunque diffusa e i consumi pro capite sono in continuo aumento. 

Prima di pensare di esportare il proprio vino, tutta l'area balcanica sta puntando a soddisfare la domanda interna. Il Governo albanese sta cercando di investire risorse per colmare il gap tecnologico esistente, dando agli agli agricoltori che impiantano nuovi vigneti consistenti incentivi economici; quest'area diventerà presto la nuova frontiera del mercato del vino, per se e anche per aprirsi verso l'immenso bacino russo, abbattendo oneri di costi doganali attraverso la Serbia. 

 

 

 

 

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La Viticoltura in Provincia di Belluno.

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In Provincia di Belluno la coltivazione della vite risulta la meno rappresentata a livello regionale, ma nei diversi periodi storici non è stato sempre così.

Pur non avendo mai ottenuto una produzione paragonabile a quella di altre province venete, il Bellunese ha vissuto dei periodi di florida coltura.

Già nel XII secolo la vite doveva essere ben rappresentata nel circondario di Feltre, nella valle d'Alpago e nella valle del Piave, come testimonia un'antica bolla del Papa Lucio III (1184) in cui vengono citati in quel di Fonzaso, lasciti di terreni al Vescovo di Belluno "cum vineis".

Verso la fine del 1700 i lavori di Antonio Frigimelica e dell'Abate Carlo Lotti riportavano consigli sulle tecniche per ottenere dei vini più maturi, capaci di raggiungere gradazioni zuccherine maggiori e una riduzione dell'aspro.

Quasi tutti gli autori storici di questo periodo sono d'accordo nell'identificare nel feltrino la zona vocata alla coltura della vite.

A tal proposito, si ritrovano diverse citazioni negli Annali dell'Agricoltura che in una memoria raccolta da Filippo Re ricorda come nel "Cantone di Belluno vi alligna la vite ed il gelso, negli altri cantoni no". 

Importanti sono anche le citazioni di Jacopo Volpe (segretario della Camera di Commercio di Belluno), il quale riporta come "la coltivazione della vite non è molto estesa in provincia, ae anzi facendo il rapporto con quella occupata dalle viti si calcola dell'1,19%; ma bisogna notare che se la parte maggiore del territorio non permette la vegetazione di questa pianta, invece una porzione di distretto, cioè i due Comuni di Fonzaso ed Arsiè, dove si può dire unica la coltivazione della vite e principalissimo il prodotto del vino" (J. Volpe, 1880).

In questo periodo avviene un cambiamento che determinerà il momento d'oro della viticoltura nella Val Belluna e, in particolare, nel feltrino.

L'arrivo delle principali malattie americane (oidio, peronospora e fillossera) sarà prima il motore e successivamente la rovina della viticoltura del bellunese.

Negli anni della comparsa dell'oidio il Volpe scrive così "del solo distretto di Fonzaso la crittogame della vite non si estese e fu appunto allora che la coltivazione della vite prese largo sviluppo e si abbandonò ogni altra coltura per attendere a questa solo, facendo piantagioni dappertutto, persino sui dossi scoscesi di aspre montagne. In quell'epoca l'esportazione del vino di Fonzaso ed Arsiè ebbe una grande vivacità, e i prodotti di questi due Comuni si smerciavano in molte piazze del Veneto, come i migliori e a prezzi favolosi" (J.Volpe, 1880).

Nel 1884 l'arrivo della peronospora trovava la viticoltura in una situazione vitale come si può constatare da una relazione dell'allora Sindaco del Comune di Fonzaso del 1886: "Una lunga zona di territorio nel comune di Fonzaso e in quella di Arsiè è coltivata a vite, ed è una estesa assai importante, e puossi dire che dieci e più mila abitanti ritraevano dalla vite i mezzi di sussistenza di almeno nove mesi all'anno".

Nemmeno la terribile crittogama, distrusse la presenza della vite, anche soprattutto grazie ai progressi della lotta chimica divulgata nel feltrino dall'Abate Candeo.

In questi anni si ha anche l'introduzione dei vitigni internazionali (la Borgogna bianca e nera; il Riesling), nonché la comparsa di specie ibride quali l'Isabella e la Katawa rosa. 

I vini dell'epoca avevano caratteristiche qualitative discrete almeno da quanto riportato da Bajo: "il vino più robusto discretamente fabbricato e conservato bene si avvicinava al Valpolicella ed al Chianti, ne si discosta gran fatto dai vini dell'alta Borgogna, della bassa Austria e dell'alto Reno... intorno alla media di 12 e 13 gradi si mantiene l'alcol nei vini migliori di Fonzaso".

Definitiva per il futuro della viticoltura bellunese fu invece la comparsa della fillossera della vite: dal 1922 al 1936 l'effetto devastante dell'afide cambiò definitivamente la consistenza enologica del feltrino. 

La sostituzione delle viti con barbatelle innestate su "piede americano" viene datata nel 1960 e ha avuto fondamento scientifico nell'impegno della Regia Scuola di Enologia di Conegliano e della Stazione Sperimentale di Viticoltura e di Enologia di Conegliano, soprattutto con la costituzione di campi sperimentali con varietà sia di Vitis Vinifera che ibride.

Le zone più indicate alla coltivazione della vite si confermano quelle identificate precedentemente dagli altri autori: "la coltivazione della vite in specializzazione è concentrata nei comuni di Arsiè e Fonzaso. Altre zone intensamente vitate sono: Mugnai di Feltre, Bastia, Figur di Quero, Fener di Alano di Piave, Centro e Madoneta di Vas, Guizze di Seren del Grappa. Il rimanente territorio coltiva la vite in promiscuità con seminativi e con prati permanenti" (Rizzotto, 1961). 

La coltivazione della vite nel Feltrino.

Era il 24 febbraio 1518 quando Gerolamo Borgasio chiese l'approvazione degli statuti dei vignaioli dell'Aurin, un colle situato a pochi chilometri ad ovest di Feltre.

L'approvazione fu ottenuta con un'ampia maggioranza di voti; in questi documenti erano contenute regole sia tecniche (ad esempio era imposto che la vendemmia non avvenisse prima del giorno di San Michele, ovvero il 29 settembre) sia riguardanti i rapporti tra singoli produttori e tra questi e i boscaioli, che dovevano prestare la massima attenzione e cura a non danneggiare le vigne nello svolgimento del loro lavoro quotidiano.

Nel 1639 Giovan Battista Barpo, decano del Capitolo della Cattedrale di Belluno, concludeva la propria opera in tre libri dal titolo "Le delizie e i frutti dell'agricoltura e della villa"

Nel Libro Secondo - Tratto Quinto - di quest'opera, si legge: "Le viti amano più la collina o altri luoghi ben soleggiati e non già quelli freddi, paludosi, salmastri, ventosi ed ombrosi" e ancora "Chi vuole le nere, chi le cameline, chi le bianchette, chi le verdegne: se vuoi far presto e bene, dedicati alle nostrane e piglia sempre sarmenti locali per ripiantarli il più vicino possibile alla tua villa, ed in posto a dislocazione simile alla vigna da cui proviene il vitigno che trapianti".

Appare evidente che la viticoltura in Provincia di Belluno ha una storia di molti secoli, come dimostrato anche dalla presenza di un grappolo d'uva nello stemma del Comune di Seren del Grappa, paese sito allo sbocco dell'omonima valle, esattamente collocato di fronte ad alcune zone più vocate alla coltivazione della vite.

E oggi...

Oggi questo territorio regala attraverso il lavoro dell'uomo molteplici prodotti di eccellenza: dai fagioli, al mais, dall'orzo alle zucche, dal miele alle nocciole e ad altre numerose varietà di frutta e diversità orticole.

Diverse sono le occasioni per incontrare e assaporare questi frutti delle terre feltrine. In particolare, si ricorda l'Antica Fiera di San Matteo, una mostra - mercato dalle antiche origini che viene ogni anno riproposta in occasione della seconda domenica di novembre, dedicata in particolare alla noce di Feltre e ad altri prodotti agricoli locali e tradizionali. 

In questi ultimi anni è stata ripresa, con particolare attenzione, la coltivazione della vite anche con il recupero di antiche varietà autoctone e di terreni un tempo coltivati a vigna.

Attualmente 10 sono le Aziende Agricole che coltivano vigneti in provincia di Belluno; alcune hanno scelto di puntare interamente su Bianchetta e Pavana mentre altre hanno preferito diversificare i vitigni autoctoni con gli internazionali. 

Tra queste dieci coraggiose aziende, quattro hanno deciso di affrontare (o in due casi di mantenere) anche la trasformazione delle uve in vino e la sua successiva commercializzazione: De Bacco, De March, Pian delle Vette e Vieceli, ottenendo anche alcuni importanti riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.

 

 

 

 

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