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Vinitaly: gli italiani sognano di possedere una vigna e di diventare grandi produttori di vino.

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Oggi uno dei sogni più ricorrenti degli italiani è quello di possedere un vigneto e di produrre il proprio vino così come stanno già facendo un numero crescente di Vip, che hanno scelto di investire in questo settore per restare a contatto con la natura, esprimere la loro creatività per confrontandosi con nuovi stimoli, e avere un miglior tenore di vita.

Questo è quanto emerge da un sondaggio online di Coldiretti effettuato in occasione della 52° edizione del Vinitaly di Verona che, per la prima volta nella sua storia, ha ospitato anche la rassegna delle bottiglie di vino prodotte dai Vip. 

Uno dei precursori nella produzione di vini di alta qualità è stato il cantante Sting che, proprio alla fine del secolo scorso, ha acquistato una tenuta di 300 ettari in Toscana, dando nuovo lustro all'Azienda Agricola "Il Palagio", che produce un ottimo Chianti Classico

I grandi vini rossi toscani costituiscono anche il tesoro vinicolo della Certosa di Belriguardo, rilevata dalla cantante Gianna Nannini. Sessantamila sono le bottiglie prodotte ogni anno con Sangiovese, Merlot, Syrah e Cabernet Sauvignon.

A Castelnuovo Magra in Lunigiana (La Spezia) nella Cantina Lunae di Diego Bosoni si trova il vino realizzato da Zucchero Fornaciari, ottenuto per lo più da vitigni autoctoni commercializzati in produzione limitata, con tre etichette: un rosso, un bianco e un rosè.

"Partirò, diventerò un cantante e quando tornerò, costruirò una cantina per dedicarla a te". Così disse Albano Carrisi al proprio padre, lasciando da giovane, il paese di Cellino San Marco. Oggi il cantautore salentino ha mantenuto la promessa con la nascita delle Tenute Al Bano Carrisi, che realizzano una linea di vini tra Primitivo, Negroamaro, Salice Salentino, Chardonnay e Aleatico, oltre ad una dedicata proprio in onore al padre Carmelo.

Anche Andrea Bocelli è un grande produttore di vini d'eccellenza nel cuore della Val d'Elsa, con ben sette IGT il cui vino top è un Sangiovese in purezza ricavato dalla vigna più vecchia. Sara di Vaira, la nota ballerina del Talent Show "Ballando con le Stelle" produce cinque tipologie di vini tra cui Bolgheri DOC e Vermentino Bolgheri DOC. 

Neppure tra gli imprenditori italiani mancano gli appassionati di vino. A tal proposito, una visita alla Cantina de "Il Borro" di Salvatore Ferragno, rappresenta un viaggio alla scoperta della tradizione vinicola toscana, mentre il forte legame che unisce Tommaso Cavalli alla sua terra, affonda le radici in una vera e propria passione autentica che ha dato origine alla Tenuta degli Dei.

Il Gruppo Illy S.p.A. oltre che al caffè si dedica anche alla viticoltura eroica. Riccardo Illy ha acquisito l'Azienda Agricola Mastrojanni di Montalcino, con l'obiettivo di crearvi un polo del gusto. L'Azienda Agricola di Oliviero Toscani produce un vino composto da Shirah, Cabernet Franc e Petit Verdot.

Non è certo il frutto di una moda recente la passione del giornalista Bruno Vespa per il vino; il sodalizio enologico con Riccardo Cotarella, ha convinto il popolare conduttore televisivo ad investire nella produzione di vini di grande qualità, tra cui un Primitivo di Manduria Dop e un Salento IGT.

E i politici? Il vino di qualità non manca nelle cantine della famiglia di Silvio Berlusconi, dove la nipote Alessia imbottiglia un Montenetto di Brescia IGT, un Capriano del Colle Doc e un rosso leggero ideale in pausa pranzo, oppure come aperitivo. E nelle colline di Montecchio a Terni, Massimo D'Alema imbottiglia i quattro vini dell'Azienda La Madeleine producendo annualmente quarantacinquemila bottiglie. 

 

 

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Vino: nei prossimi cinque anni il suo consumo si sposterà sempre più ad Est.

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Negli ultimi anni è in corso un profondo cambiamento della geografia dei consumi enologici nel mondo. Da prodotto di consumo quotidiano a tavola, il vino è divenuto sempre più un bene voluttuario trasformandosi da bevanda storica degli europei a simbolo globale del lifestyle

Un prodotto la cui diffusione è destinata a crescere ulteriormente, ma in gran parte al di fuori della sua vera area d'origine. Una second life del principale asset dell'export agroalimentare italiano che i produttori vinicoli dovranno saper coltivare sia direttamente in vigna, ma anche sui mercati, sul marketing e nei nuovi strumenti di comunicazione digitali.

Proprio in questo nuovo contesto, anche il peso dei paesi buyer subirà una netta trasformazione, con una geografia dei consumi che si concentrerà inesorabilmente sempre più oltre i confini europei.

Questo è il quadro che emerge dall'indagine "Il futuro del mercato, i mercati del futuro" di Vinitaly - Nomisma Wine Monitor. Lo studio è partito dall'analisi degli ultimi dieci anni per prevedere l'evoluzione dei consumi di vino nei prossimi cinque anni, allo scopo di comprendere chi "distribuirà le carte" tra i vari Paesi produttori, in un mercato che per le sole cantine vale trentuno miliardi di euro l'anno di export

L'analisi che ne è emersa è in parte confortante e allo stesso tempo allarmante per l'Italia. Da un lato esiste la locomotiva vino del nostro Belpaese che si è fatta sempre più strada, con una crescita tendenziale in valore doppia rispetto a quella francese, con ben sedici paesi in cui oggi risultiamo market leader; dall'altra persiste una lontananza siderale dai nuovi mercati del futuro, quelli del Sud Est del mondo (più la Cina) in cui il nostro share di vendita non raggiunge quasi mai la doppia cifra. Questa situazione è dovuta sia all'esistenza di motivi strutturali e geografici, ma anche e soprattutto all'assenza di idonee strategie di marketing e commerciali.

Le previsioni di export di vino nei prossimi cinque anni.

Per l'Italia l'analisi previsionale a cinque anni presenta una media di crescita in valore dello 0,5% annuo in Germania e dell'1% nel Regno Unito. Va decisamente meglio in Giappone, dove il trend delle vendite dovrebbe crescere del 2% all'anno e ancora di più negli Usa, con variazioni previste attorno al 4,5% annuo con un incremento medio ipotizzato nel prossimo quinquennio del 22,5%. 

Infine i due mercati top a maggior tasso di crescita, con la Russia che dopo la crisi del rublo ha ripreso a volare (+ 27,5%) e la Cina, su cui si prevede un + 38,5%.

Nel Dragone i vini italiani avanzano, ma costituiscono ancora uno share marginale rispetto ai competitor francesi o australiani che sono arrivati decisamente prima e, sopratutto, con alle spalle forti strategie di sistema Paese.

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L'enogastronomia una nuova forma di turismo culturale.

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In Italia il turismo enogastronomico rappresenta a tutti gli effetti una nuova forma di turismo culturale. Non a caso, proprio attraverso la tutela, la conservazione e la valorizzazione dei territori agricoli e vitivinicoli destinati a delineare la cornice naturale del nostro Paese, esso propone un nuovo modo di vivere la vacanza, abbinando alla degustazione di vini e prodotti tipici locali, interessanti proposte di visite guidate ad aziende agricole e agroalimentari

Grazie ad una partecipazione diretta agli usi e alle abitudini dei territori rurali visitati, il turista può entrare maggiormente in contatto con la realtà di un luogo, vivendo così un'esperienza che lo arricchisce ulteriormente sia a livello umano, sia a livello culturale.

Oggi, non a caso, il turismo enogastronomico assume la forma del turismo culturale: il turista è alla continua ricerca del cibo locale da poter abbinare alla cultura di una località e l'enogastronomia diventa una sotto categoria di scelta di una destinazione turistica poichè unisce la volontà di acquisire familiarità con nuove culture, alla partecipazione ad eventi, festival e sagre che rappresentano un ruolo fondamentale nella formazione e nel potenziamento sia del turismo culturale, sia di quello gastronomico, offrendo ai viaggiatori ulteriori motivi per scegliere di visitare una meta turistica, riuscendo così ad affiancare i valori sociali, locali e paesaggistici alla buona cucina tipica

Proprio per quanto concerne la scelta e la motivazione a svolgre un viaggio, una recente indagine condotta dall'Associazione Nazionale Città del Vino, ha messo in evidenza che il turista enogastronomico considera importante la bellezza del panorama, la cucina tipica locale, l'arte e la cultura, ma anche il vino, considerato non solo come prodotto in sè, ma come tutto il sistema che vi gravita attorno, come ad esempio le cantine, i musei, la storia e la degustazione.

Il turismo del vino in Italia.

L'enoturismo è una particolare forma di turismo che si è sviluppato in Italia nel 1993 e deve il proprio significato alla parola greca "Oinos" (vino) che indica quella tipologia di turismo il cui interesse è focalizzato verso la cultura del vino.

Dalle visite in cantina e ai vigneti, alle degustazioni guidate, l'enoturismo rappresenta oggi la piena valorizzazione delle risorse vinicole del luogo ma anche l'abbinamento di altri settori strategici quali l'enologia, la gastronomia e il turismo; un importante connubio teso sempre più alla rivalutazione del territorio e delle sue specificità.

Per la nascita, la diffusione ed il successo di questo specifico tipo di turismo hanno avuto un ruolo importante alcune associazioni quali "Città del Vino" e il "Movimento del Turismo del Vino".

Proprio da quest'ultima, nel corso degli anni, si sono sviluppate quelle che attualmente sono considerate tra le maggiori manifestazioni vinicole quali "Cantine Aperte", "Calici sotto le stelle" e "Benvenuta Vendemmia" che hanno rappresentato un importante trampolino di lancio per il settore del vino, consentendo alle persone di visitare cantine, stringere rapporti diretti con i produttori, gustare e toccare con mano pregiati vini di qualità.

Oggi è risaputo che attraverso il vino si esprime l'identità di un territorio. Grazie alla diffusione di Internet e all'avvento dei social network il vino si è trasformato in un efficace e potente strumento di marketing e di promozione culturale in grado di stimolare nuovi e maggiori introiti, fornendo un prezioso supporto al settore turistico nei periodi di bassa stagione. 

Un aiuto sempre più importante per destagionalizzare ed ottenere nuove forme di turismo soprattutto nelle zone montane e collinari oggi a rischio di spopolamento per la scarsa possibilità di occupazione giovanile.

In conclusione, è stato dimostrato che scegliere di investire risorse in cultura, cibo e vino, genera risultati molto soddisfacenti da parte delle aziende. I sacrifici e gli sforzi sono ampiamente ripagati sia in termini di soddisfazione personale, sia di risultati, tra i quali citiamo l'aumento di visibilità aziendale

Recentemente è stato dimostrato che le cantine che hanno intrapreso negli ultimi anni queste iniziative, hanno ottenuto una maggiore propensione ad aprirsi al turismo rispetto alla media, aumentando le vendite dei loro prodotti a nuovi consumatori finali

Questa particolare apertura al turismo enogastronomico comporta anche la nascita di nuove figure professionali e di posti di lavoro, come ad esempio il responsabile all'accoglienza e all'ospitalità dei turisti, figura sempre più diffusa nelle aziende vinicole italiane che richiede l'acquisizione di nuove competenze, come la conoscenza delle lingue straniere, la capacità di narrare storie e tradizioni locali attraverso un autentico ed emozionale storytelling, il conoscere le nuove dinamiche e trend del mercato turistico e dell'intermediazione.

Una visione ed un approccio completamente diverso da quello che fino ad oggi ha caratterizzato la classica vendita di una bottiglia di vino ad un proprio cliente. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Con la Potatura Invernale a Pian delle Vette riprendono i lavori nei vigneti

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La vite è una pianta molto particolare che ama il sole ed è grazie all'energia e al caldo che dalla primavera fino al termine del periodo estivo si fa bella con una chioma verde rigogliosa, ornata di fiori e con grappoli grandi e succosi.

Con l'arrivo dei primi freddi autunnali e delle basse temperature invernali, la vite entra in uno stato di letargo vegetativo che dura tutto l'inverno, contrassegnato dalla graduale caduta delle foglie che, dapprima, si colorano di splendide tonalità autunnali e, successivamente, un po' alla volta si adagiano al suolo.

Proprio la perdita delle foglie indica il momento in cui la vite entra nella fase di riposo invernale, nell'attesa di riprendere l'attività produttiva nella primavera successiva. In questo periodo dell'anno i lavori che si rendono necessari nel vigneto sono diversi, ma quello a cui i viticoltori riservano maggiore attenzione è la potatura secca, o invernale, un'importantissima pratica agronomica in grado di fare la differenza nel breve e nel lungo periodo definendo i presupposti per la nuova produzione.

Che cos'è la potatura secca e a che cosa serve?

La potatura secca, o invernale, è una pratica di fondamentale importanza per la corretta gestione del vigneto, poichè consente di conseguire l'equilibrio tra l'attività vegetativa (ovvero lo sviluppo delle foglie) e l'attività produttiva della pianta, con ripercussioni dirette sia sulla resa che sulla qualità dell'uva; la potatura invernale persegue inoltre lo scopo di assicurare la longevità produttiva della pianta e di controllarne lo sviluppo nello spazio assegnatole, mantenendo la forma di allevamento impostata.

Prima di iniziare la potatura è necessario sapere che la vite produce prevalentemente sui tralci dell'anno che si sviluppano dalle gemme presenti sul legno dell'anno precedente; in secondo luogo la vite produce anche sui succhioni ( tralci dell'anno originatesi sul legno di più di due anni), nonchè sulle femminelle (germogli sorti da gemme pronte, vale a dire gemme che si sviluppano nello stesso anno dalla loro formazione) inserite sui tralci dell'anno.

Il "pianto" della vite.

Il pianto della vite è il segnale che indica la fine del periodo opportuno per effettuare la potatura invernale, ovvero quel particolare momento dal quale le porzioni della pianta non possono essere più tagliate in quanto questa ne risente e soffre, piangendo.

La fase del germogliamento è preceduta da un fenomeno tipico della vite chiamato per l'appunto "pianto", ossia l'emissione di liquido dai vasi xilematici a livello dei tagli di potatura: questo è dovuto da una parte alla riattivazione del metabolismo degli zuccheri e alla conseguente riattivazione della respirazione cellulare e dall'altra all'elevato livello di assorbimento che caratterizza le radici, che tocca il massimo proprio in questa fase.

Il Carico di Gemme.

Il carico di gemme lasciato per ciascuna pianta condiziona il numero di grappoli ottenibili, pertanto quest'ultimo deve essere scelto considerando la fertilità del suolo e la vigoria espressa dalla combinazione vitigno/portainnesto, in modo da poter raggiungere un equilibrio ottimale tra le foglie e i grappoli, fondamentale per l'ottenimento di uve di alta qualità.

Più in generale, si può ritenere che una pianta sia in equilibrio quando i germogli arrestano la loro crescita in concomitanza con l'invaiatura, che si manifesta con il cambiamento di colore degli acini e della loro consistenza, senza entrare così in concorrenza con la maturazione del grappolo

Un numero di grappoli eccessivamente elevato rispetto alle potenzialità della pianta contrasta con la possibilità di ottenere uva di qualità, in quanto non consente di poter raggiungere un adeguato livello di maturazione. Analogamente però anche un numero di grappoli eccessivamente basso può contrastare con la qualità, dato che può determinare una maturazione troppo rapida che non consente un'adeguata evoluzione e un necessario accumulo delle sostanze fenoliche, che sono alla base della struttura e del colore finale del vino. Inoltre, in condizioni di elevata fertilità del suolo e di buona disponibilità di acqua, un numero troppo scarso di grappoli può stimolare la pianta a continuare a vegetare anche dopo l'invaiatura, a scapito della maturazione dell'uva e della qualità del vino che se ne otterrà.

Per quanto concerne il numero di gemme (o nodi) lasciati per ciascuna vite, il carico si considera basso se inferiore a 10 gemme, medio se compreso tra 10 e 30 gemme e, infine, alto se superiore a trenta gemme.

Un errore da evitare assolutamente di compiere è quello di aumentare il carico di gemme per andare a controbilanciare un'eventuale minore produzione. In tutti questi casi è bene procedere a "scaricare" la pianta, lasciando un numero ridotto di gemme e procedere a ricercare all'interno della propria azienda vitivinicola le cause che possono aver determinato la riduzione di produzione.

Qual'è il periodo migliore per eseguire la potatura secca della vite?

La potatura secca deve essere eseguita nel corso dell'inverno, periodo in cui la pianta arresta la propria attività. Nelle zone più fredde dell'Italia settentrionale è preferibile iniziare a potare nella seconda metà dell'inverno (febbraio - marzo), quando è trascorso definitivamente il periodo più freddo dell'anno, perchè in questo modo si ha la possibilità di andare ad eliminare i tralci con gemme eventualmente danneggiate dalle basse temperature.

Nelle regioni meridionali invece è possibile anticipare la potatura di qualche settimana. Ad ogni modo, è buona norma terminare la potatura prima dell'inizio del pianto, che segnala il risveglio dell'apparato radicale della pianta.

L'intensità dell'intervento dovrà essere proporzionata alla vigorosità del vigneto. Di fronte ad un vigneto debole, l'intervento sarà misurato, come inferiore sarà il numero di gemme che verranno risparmiate. In ogni caso, bisognerà sempre assicurare ai tralci e quindi ai futuri grappoli una corretta esposizione, per luminosità e aerazione.

Alla potatura invernale si aggiunge la potatura estiva (o verde) che si effettua durante lo sviluppo vegetativo della pianta e contribuisce, come quella secca, a concentrare lo sviluppo vegetativo sugli organi che costituiscono la struttura produttiva della pianta, condizionando il microclima della chioma in modo da favorire la maturazione dei grappoli, assicurando condizioni meno favorevoli agli attacchi di patogeni

A Pian delle Vette si potano i vigneti utilizzando le tecniche indicate nel metodo Simonit & Sirch.

Sperimentato per la prima volta in Friuli Venezia Giulia nel 1988, questo metodo di potatura oggi è conosciuto a livello internazionale ed è applicato da oltre un centinaio di aziende agricole europee, tra cui anche Pian delle Vette Cantina di Montagna, situata a Vignui di Feltre, un piccolo borgo rurale immerso nella quiete dei luoghi delle Dolomiti Bellunesi.

Ad inventarlo sono stati Marco Simonith e Pierpaolo Sirch, due agronomi friulani, i quali partendo dalla constatazione che spesso le viti si ammalano e si infettano per una squilibrata impostazione delle potature, hanno studiato gli antichi vitigni italiani ed europei applicando il loro metodo alle esigenze della moderna viticoltura e ai sistemi di allevamento più intensivi, come la Spalliera e il Guyot.

La chiave di volta per risolvere le problematiche del deperimento dei vigneti e della riduzione della loro produttività, coincide proprio con un corretto metodo di potatura, che si può applicare a tutti i sistemi di allevamento della vite.

Il segreto sta nell'effettuare con un approccio individuale, pianta per pianta, una potatura ramificata con piccoli tagli sul legno giovane, poco invasivi sul sistema di conduzione della vite ed orientati sempre allo stesso lato, per separare il legno vivo da quello secco che si forma dopo un taglio di potatura.

I suoi risultati hanno dimostrato che le piante dotate di un sistema linfatico integrato, mostrano maggiore omogeneità di risposta vegeto - produttiva, si sviluppano in modo conforme risultando così molto più longevi e costanti nella qualità del prodotto finale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A Pian delle Vette si vendemmia!

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Quest'anno a Pian delle Vette la vendemmia è iniziata il 28 agosto 2017, in anticipo di ben 15 giorni rispetto all'anno scorso, partendo naturalmente con le basi spumanti, ovvero quelle che ci permetteranno di degustare nel 2024 uno dei nostri vini fiore all'occhiello: il MAT' 55 - Sublimazione dell'attesa.

Prima il Pinot Nero poi lo Chardonnay, questi sono i due vitigni che sicuramente ci regaleranno presto emozioni forti ed uniche.

Nel rispetto delle tradizioni vitivinicole di un tempo, la vendemmia 2017 si è svolta manualmente selezionando i migliori grappoli d'uva che sono stati raccolti in cassette di plastica e stoccati per una notte in una cella frigorifera ad una temperatura di 10°C- 12°C per evitare l'insorgere di possibili fermentazioni spontanee che avrebbero potuto compromettere la qualità finale del mosto.

Successivamente, si è svolta la pigiatura morbida dell'uva utilizzando una pressa pneumatica che ci ha consentito di prelevare il fiore mosto per garantire il massimo della qualità al nostro  futuro MAT' 55.

Infine è stato avviato il processo di fermentazione del vino che rappresenta un momento magico che determinerà il successo del nostro lavoro e, soprattutto, la qualità dei nostri vini di montagna prodotti a Vignui di Feltre, un piccolo borgo della Città di Feltre immerso nella natura ancora incontaminata del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. 

La vendemmia a Pian delle Vette Cantina di Montagna.

 

 

 

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A Pian delle Vette la coltivazione del vigneto è sostenibile.

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Prosegue a Pian delle Vette, Azienda Agricola situata ai piedi delle Vette Feltrine, nell'area del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesiil percorso verso una coltivazione più consapevole e sostenibile dei nostri vigneti con il consolidamento della salute delle viti. Dopo aver impostato la loro potatura secondo il metodo Simonit & Sirch, abbiamo interpellato l'agronomo Luca Conte per effettuare un'analisi esplorativa della fertilità del nostro suolo, che come vedremo più avanti risulta essere in buono stato di salute.

Il metodo di potatura Simonit & Sirch.

Sperimentato per la prima volta in Friuli Venezia Giulia nel 1988, questo metodo di potatura oggi è conosciuto a livello internazionale ed è applicato da oltre un centinaio di aziende europee distribuite tra Italia, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Germania e Portogallo.

Ad inventarlo sono stati Marco Simonith e Pierpaolo Sirch, due agronomi friulani i quali, partendo dalla constatazione che spesso le viti si ammalano e si infettano per una squilibrata impostazione delle potature, hanno studiato gli antichi vitigni italiani ed europei applicando il loro metodo alle esigenze della moderna viticoltura e ai sistemi di allevamento più intensivi, come la spalliera e il guyot.

La chiave di volta per risolvere le problematiche del deperimento dei vigneti e della riduzione della produttività, coincide proprio con un corretto metodo di potatura, che si può applicare a tutti i sistemi di allevamento della vite. Il segreto sta nell'effettuare con un approccio individuale, pianta per pianta, una potatura ramificata con piccoli tagli sul legno giovane, poco invasivi sul sistema di conduzione della vite ed orientati sempre allo stesso lato, per separare il legno vivo da quello secco che si forma dopo un taglio di potatura.

I suoi risultati hanno dimostrato che le piante dotate di un sistema linfatico integro, mostrano maggiore omogeneità di risposta vegeto - produttiva, si sviluppano in modo conforme risultando così più longeve e costanti nella qualità del prodotto finale.

Ecco un video su questo metodo di potatura che salvaguarda il flusso linfatico della vite.

  

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La storia dei nomi dei vini

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Il nome è un grande specchio, chinatevi ad osservarlo. Trovate riflessi la vita, l'uomo, le verità e gli inganni. Saper leggere un nome, vi farà stare un grandino più in alto nella contemplazione di una storia. 

Per esempio, l'origine del termine Legione, spiega come il Legere latino abbia un significato diverso dal Leggere in italiano. Raccogliere, adunare, arruolare: è questo il Legere della superpotenza che crea, arruola la Legione, strumento principe dell'espansione imperiale. Ed è proprio racchiuso nelle legioni romane il filo di questa nuova storia, che vi aiuta a scoprire come la civilizzazione di Roma Caput Vini non sia solo geneticamente scolpita nel DNA di un vitigno: da migliaia di anni questa epopea è immortalata anche nei nomi dei vini.

Come ormai ben sapete, nel 280 d.C. l'imperatore Marco Aurelio Probo cancella l'editto di Domiziano, sancisce la fine dei rifornimenti di vino con l'ingestibile trasporto di botti da Aquileia ai territori dove sono stanziate le legioni, fa selezionare un vitigno e lo affida alle legioni imponendo il suo impianto in sterminati territori sottoposti. 

Bandita da Domiziano, la coltivazione della vite è trasformata da Probo nello strumento per fissare i confini dell'impero e nell'attività operosa delle campagne in tempo di pace. Quando sale al potere Probo dispone di una massa d'urto di circa 450.000 uomini, divisi in 38 legioni. 

Sappiamo per certo che il nuovo imperatore di legioni ne creò almeno altre due. Sono almeno quaranta le legioni di Probo potenzialmente incaricate non solo di difendere l'impero e guerreggiare, ma anche di piantare e coltivare la vite. Un'opera immensa, della quale possiamo ricostruire le tracce precise anche attraverso i nomi di vini e vigneti

BURDIGALA E VITIS BITURCA

Bordeaux e Cabernet

Nel III secolo d.C. Burdigala è la capitale amministrativa dell'Aquitania romana: una delle tre parti nelle quali Giulio Cesare ha diviso la Gallia conquistata. In quest'epoca Decimo Magno Ausonio, uno degli uomini più colti dell'impero, descrive nell'Ordo urbium nobilium e in diverse altre opere le terre verdeggianti di vigne lungo il fiume, elogiando la città come un mirabile territorio di vino.

Gli impianti delle viti hanno a Burdigala un inizio molto complicato. L'area è infestata di paludi, ne il terreno ghiaioso inizialmente ispira i coloni romani, tutt'altro che convinti che in una regione più nordica e dal clima così ostile la vigna possa dare i suoi frutti migliori. Altrettanto complesso risulta il percorso militare e commerciale che i legionieri e le viti si aprono verso Burdigala: di fatto, il primo collegamento diretto fra il Mediterraneo e le spiagge dell'Atlantico.

Si deve a Roger Dion la descrizione dettagliata dell'itinerario denominato Seuil de Narouze, che mosse da Narbo (l'attuale Narbone, primo luogo di Francia dove i romani piantarono e coltivarono la vite) - per raggiungere Tolosa e quindi Agen, affacciandosi infine sull'impero orizzontale dell'Aquitania, allora popolata dai Galli originari dell'attuale regione di Bourges, denominati Bituriges Vivisques. 

E' questo il nome con il quale gli occupanti battezzarono la prima uva di Burdigala, che per secoli sarà Biturica e fonderà in un bimillenario matrimonio l'indissolubile rapporto tra Bordeaux - Burdigala e Cabernet Biturica. 

Quanto all'origine della vite di Burdigala, gli agronomi romani concordano nella descrizione di una vite importata, più robusta in quanto più adatta ai climi freddi. 

Per Columella, la Biturica proveniva dal porto di Durazzo; da li i romani avrebbero diffuso la Biturica in Aquitania e in Spagna, dove prese il nome di Cocolubis. Sull'ibrida culla insiste anche Plinio il Vecchio, che narra la Biturica come un incrocio tra una varietà importata dai romani e un vitigno selvaggio delle zone della penisola iberica.

Anche Columella, in tal senso, cita il vitigno denominato Balisca, coltivato in diverse province romane e in particolare nella zona della Rioja, molto vicino al Bordolese. 

SANGUIS IOVIS E MONS ILCINUS

Sangiovese e Montalcino. 

Per Giacomo Tachis, uno dei più autorevoli padri dell'enologia italiana, il Sangiovese sta all'Italia come il Cabernet sta alla Francia: sono vini che esprimono una forte identità viticola e vinicola di un Paese.

Entrambi affondano e confondono la propria storia con quella di Roma Caput Vini. Ai tempi dei romani i vini prodotti nelle zone della Romagna e della Toscana erano noti ed è latina l'origine del nome Sangiovese (da Sanguis Jovis), ovvero sangue di Giove, con tutta probabilità il vitigno che frutta nel cesenate il Curva Caesena citato da Plinio il Vecchio.

I romani giunsero nel territorio dell'attuale Romagna intorno al 250 a.C. Il console Emilio Lepido costruisce la via Emilia nel 187, possente fattore di sviluppo di scambi e commerci che influenza profondamente anche la viticoltura. 

Forum Livii oggi Forlì e Forum Popili poi Forlimpopoli saranno altrettante tappe del Sangiovese, insieme alla Cesena dei ricchi ritrovamenti di anfore e ad Ariminum, il porto di Rimini considerato allora la più importante base commerciale dell'Adriatico.

Meno prestigioso, almeno secondo quanto riferito da Marziale, il troppo abbondante vino liquidato dal poeta in due epigrammi: << A Ravenna preferirei possedere una cisterna piuttosto che una vigna: l'acqua la potrei vendere a un prezzo molto più alto>>.

Il percorso imboccato dal Sangiovese è diverso. Scavalcando l'Appenino, il vitigno trova in Toscana il suo territorio di eccellenza, poi scende ancora a sud per trasformarsi in uva simbolo della penisola con ben l'11% della superficie viticola nazionale.

Nel corso dei secoli il Sangiovese si è differenziato in numerosi cloni e diversi territori. In Toscana si distinguono due grandi famiglie: il Sangiovese grosso e il Sangiovese piccolo.

Espressione più alta del Sanguis Jovis. il nome del Brunello ritrova nella romanità un altro eco. I primi insediamenti fortificati dell'area di Montalcino risalgono all'epoca etrusca e ne sono ancora una testimonianza i resti dell'area archeologica di Poggio Civitella. 

Poi la romanitas battezzerà un monte coperto di verdi lecci in Mons Ilcinus. Così con il Sanguis Jovis di Mons Ilcinus, Roma Caput Vini genera uno dei più grandi vini d'Italia. 

 

 

 

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Il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni Veneti.

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Il Veneto, essendo una regione viticola di antiche tradizioni, possiede un ricco patrimonio di varietà definite autoctone tipiche dei diversi areali, che rappresentano ancora la base per la produzione di famosi vini regionali.

In alcune zone si sono affermate anche varietà di "importazione" che hanno pian piano sostituito le varietà e i biotipi locali.

Questa ricchezza ampelografica ha determinato, inoltre, la presenza di varie sistemazioni fondiarie e l'applicazione delle più disparate tecniche agronomiche. 

In diverse epoche storiche, a partire dal 1200, vi sono accenni alla tipologia di vitigni coltivati in Veneto, ma bisognerà aspettare l'Unità d'Italia per avere un vero e proprio censimento dei vitigni presenti nel territorio regionale, grazie all'ottimo lavoro svolto dalle Commissioni Ampelografiche Provinciali.

La significativa rivoluzione delle tipologie di viti allevate in Regione avviene a partire dalla metà dell'800 con l'arrivo in Europa, dall'America delle ampelopatie che hanno cambiato per sempre la viticoltura europea.

Oidio, peronospora ed infine la fillossera hanno stravolto l'impostazione anche della viticoltura in Veneto.

Per ricostruire la viticoltura regionale, verso gli anni '20 la Scuola Enologica di Conegliano, iniziò a piantare una serie di vigneti sperimentali per verificare la validità di porta innesti e varietà alle condizioni venete.

I vitigni in prova erano quelli che davano i migliori risultati viticoli ed enologici nelle altre aree viticole italiane e straniere.

I risultati di questa sperimentazione hanno posto le basi per la piattaforma ampelografica che ha caratterizzato il Veneto fino a pochi anni fa, quando la crescente globalizzazione dei mercati ha portato ad un'ulteriore variazione dei vitigni coltivati, privilegiando i vitigni internazionali o i cloni delle varietà a più alto reddito.

Il recupero dei vecchi vitigni nel veneto.

Nel Veneto, un lavoro organico di ricerche bibliografiche e di recupero dei vecchi vitigni, ancora presenti nel territorio, iniziò nella seconda metà del 1970 ad opera dell'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano.

Questo importante progetto è diventato parte integrante di altre meritevoli iniziative che l'Istituto ha intrapreso con la collaborazione ed il supporto di appassionati e di alcuni tecnici degli Ispettorati Agrari.

Va inoltre ricordata la notevole opera di recupero dei vitigni padovani fatta, a partire dalla metà del 1960, dal Dr. Giuseppe Tocchetti, che ha poi fornito i materiali ritrovati all'Istituto Sperimentale per la Viticoltura.

Successivamente, il diffondersi della flavescenza dorata ha reso ancora più attuale il problema dell'erosione genetica e la necessita di intervenire recuperando quanto ancora possibile.

Di questo si è fatta carico la Regione del Veneto finanziando, sin dal 1997, un programma di intervento pluriennale per la moltiplicazione di materiale vegetativo non contaminato dal fitoplasma. 

Tra le attività previste dal programma rientra il "Recupero, la conservazione e la successiva moltiplicazione del patrimonio viticolo regionale, in particolare per le cultivar e i biotipi in via di estinzione", attività che è stata affidata a Veneto Agricoltura. 

Dalle descrizioni di viti riportate nei Registri Ampelografici di fine Ottocento, risultavano coltivate nelle varie province diverse centinaia di vitigni. 

Negli ultimi anni di lavoro sono stati reperiti e messi a dimora presso l'istituto Sperimentale per la Viticoltura e Veneto Agricoltura dei campi collezione, che al momento sono circa 140 che contengono viti di interesse locale o provinciale.

Principali vitigni autoctoni della Regione Veneto.

Il vitigno autoctono è una particolare varietà di vite utilizzata per la produzione di vino, coltivato e diffuso nella stessa zona storica di origine del vitigno stesso; trattasi quindi di un vitigno non trapiantato da altre aree.

Ogni vitigno autoctono presenta una sua caratteristica e una distintiva forma e colore del grappolo, del chicco e delle foglie e conferisce al vino, da esso ottenuto, alcune caratteristiche organolettiche ben precise e tipiche. La coltivazione, la riscoperta e la difesa di questi vitigni autoctoni quasi scomparsi dal panorama agricolo viene oggi intrapresa nell'ambito dello sviluppo dell'industria enologica verso la creazione di prodotti di qualità, a denominazione locale, in grado di combattere l'importazione di vini provenienti da altre regioni o aree del mondo ed anche a contrastare, se possibile, la commercializzazione di vini a basso costo e privi di specifiche proprietà organolettiche.

In Italia si contano circa 350 vitigni autoctoni registrati ufficialmente, e tutte le principali regioni agricole italiane, con produzione vinicola hanno un elenco di vitigni autoctoni locali.

Ecco una breve presentazione dei principali vitigni autoctoni della Regione del Veneto:

Bianchetta Trevigiana.

Vitigno di antichissima coltivazione nel Trevigiano, ma presente anche in altre aree viticole venete. Apprezzato già nel '600, ebbe notevole fortuna nel secolo successivo. 

Attualmente è ancora coltivato nel Trevigiano, nella zona dei Colli Asolani e nella zona di Fonzaso (BL).

Ceppi di Bianchetta, denominata in altri modi, sono stati trovati nel Vicentino e nel Padovano.

Viene usato spesso in abbinamento ad altri vitigni, quali ad esempio il Verdisio, per accompagnare la Glera nell'uvaggio del Prosecco.

Il Vitigno Boschera.

Questo vitigno è coltivato esclusivamente in Veneto, soprattutto nella provincia di Treviso nella zona di Vittorio Veneto, di cui è originario. 

Vitigno molto vigoroso, con produttività regolare. Poco sensibile alle principali ampelopatie e molto resistente alla botrite, tanto da adattarsi perfettamente all'appassimento. 

Si trova raramente in purezza ed entra nell'uvaggio del Torchiato di Fregona.

Il Vitigno Casetta.

Il vitigno Casetta è un autoctono della Vallagarina, situata tra le province di Trento e di Verona, e deriva sicuramente dall'addomesticazione di viti selvatiche.

Infatti uno dei suoi sinonimi è "Lambrusco a foglia tonda" che fa da contraltare all'"Enantio"o "Lambrusco a foglia frastagliata" diffuso nello stesso territorio.

Pare che il vitigno prenda il nome da una famiglia di Marani di Ala (TN), nota per coltivare questo vitigno nei suoi poderi. 

Il Casetta ha ceppi particolarmente longevi, e non è raro trovare piante produttive risalenti all'epoca immediatamente dopo la venuta della fillossera, ossia circa 70 anni fa.

Il Vitigno Cavrara.

Il vitigno Cavrara, o meglio le Cavrare sono riportate già all'inizio dell'800 nella zona dell'alto vicentino. All'inizio del secolo seguente le troviamo diffuse anche in Provincia di Padova e di Treviso. 

Dal secondo dopoguerra in poi la coltivazione di questi vitigni va via via scemando, soprattutto a causa della sua produttività incostante.

Oggi è in fase di estinzione, nonostante se ne ottengano vini con interessanti caratteristiche qualitative.

Il Vitigno Corbina.

Questo vitigno non va confuso con la Corvina, o meglio le "Corbine" non vanno confuse con le Corvine, per quanto sia in molti testi che online i due gruppi di vitigni vengono spesso accomunati.

Nel Registro Nazionale Varietà di Vite da Vino vengono citate la Corvina, il Corvinone e la Corbina come varietà a se stanti.

Nell'800 la Corbina (o Corbino) era diffusa in tutto il Veneto, e alla fine del secolo il Lampertico ne citava almeno nove varietà, suddivise in 3 gruppi.

Solo ai primi del '900 grazie al Marzotto, verrà fatta chiarezza tra Corbine e Corvine, ma la confusione oggi regna ancora sovrana.

Nel veronese all'epoca venivano coltivate ambedue le famiglie di vitigni, anche se le Corvine erano diffuse nei territori del Bardolino e della Valpolicella, mentre le Corbine si potevano trovare nella bassa veronese, nell'area di Legnago in particolare. Esse inoltre sono diffuse ancor oggi nelle province  di Vicenza, Padova e Treviso.

In seguito all'avvento della fillossera e alla conseguente distruzione dei vitigni del Veneto, il carattere ruvido e l'eccessiva colorazione delle Corbine ha fatto si che esse fossero escluse dalle varietà consigliate per i reimpianti, fatto che ha contribuito in maniera determinate al ridimensionamento nella coltivazione di questa varietà.  

Il Vitigno Corvina.

Questo vitigno ha origini poco chiare e si ritiene che sia originario della Valpolicella. Deve il suo nome con tutta probabilità all'intensa colorazione degli acini, molto scura, quasi nera.

La Corvina rientra nella composizione di uno dei più grandi vini italiani, l'Amarone della Valpolicella ed è diffusa in tutto il Veronese, ma è presente anche in Lombardia nella zona del Garda. 

Raramente è vinificato in purezza, ed entra in percentuali elevate nei vini della Valpolicella, Bardolino e Garda orientale.

Il Vitigno Corvinone.

In passato questo vitigno veniva erroneamente ritenuto un biotipo della Corvina, ma è solo nel 1993 che ha ottenuto una sua indipendenza rendendo ormai desueto il termine generalistico Corvine che veniva utilizzato per indicare questa famiglia di vini.

Il suo nome potrebbe provenire dal colore quasi nero che richiama il piumaggio del corvo, oppure da "corba", la cesta con cui veniva trasportata l'uva, appellativo che ritorna anche in vari sinonimi locali ("corbina").

Il Vitigno Dindarella.

E' un vitigno a bacca nera, presente nel Veronese, ma con diffusione molto limitata. Un'altro vitigno tipico della zona, la Pelara, è stato di recente classificato come biotipo del Dindarella

Presenta notevoli affinità con la Rondinella e un po' meno con la Corvina. Negli anni '70 l'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano effettuò un tentativo di recupero, a seguito del quale nel 1987 la Dindarella è stata ufficialmente iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

Il Vitigno Durella.

Il vitigno ha un'antica storia viticola: sembra che a Bolca, nel Veronese, siano state ritrovate alcune ampelidee fossili che si considerano antenate delle attuali viti. Il suo nome sembra che derivi dall'elevata durezza e resistenza dell'acino alle alterazioni. Nei primi decenni del '900 il vino "durello" si vinificava con macerazione delle parti solide e quindi si presentava acidulo, intensamente colorato e astringente, e si prestava quindi per aumentare il tenore acido di altri vini. Verso gli anni sessanta si passò alla vinificazione in bianco, ottenendo così un prodotto molto gradevole. Il suo palato caratteristico e l'elevata acidità lo rendono particolarmente adatto alla spumantizzazione. 

Il Vitigno Groppello Gentile.

Appartiene alla famiglia dei Groppelli, vitigni originari della zona che dal lago di Garda arriva fino alla Valle di Non in Trentino.

E'adatto alla preparazione di vini rosati e spesso le sottovarietà si trovano mescolate insieme.

Il suo nome deriva da groppo ("nodo" in dialetto veneto), in quanto gli acini di questa varietà sono strettamente stipati.

Il vitigno Groppello si trova prevalentemente in Veneto, in Trentino ed in Lombardia.

Il Vitigno Lagrein.

Vitigno autoctono dell'Alto Adige, è quasi certo che il suo nome derivi da Lagara, una colonia della Magna Grecia in cui si produceva un vino conosciuto come "Lagaritanos".

Fino al XVIII secolo con "Lagrein" di solito si indicava il Lagrein bianco, che è stato probabilmente fin dal Medioevo la più importante varietà nei dintorni di Bolzano.

Il Lagrein Rosso trova la prima citazione nel 1525. Di questo vitigno si conoscono due biotipi diversi per forma e dimensione del grappolo: Lagrein a grappolo corto e Lagrein a grappolo lungo.

Nel suo areale di coltivazione ci sono due tipologie di vino ottenuto da questo vitigno: rosato (Kretzer) e scuro (Dunkel). 

Il Vitigno Molinara.

Il vitigno Molinara è caratterizzato da un'abbondante presenza di pruina sugli acini.

E' a partire dal 1800 che questo vitigno viene coltivato nella Valpolicella e nella Valle d'Illasi ed in queste zone ha assunto diversi nomi come Rossara o Rossanella nella zona del Garda, o come Brepon in Valpantena e molte volte confusa con "Ua salà" (uva salata).

Il Vitigno Negrara.

Il vitigno Negrara identifica il gruppo verticale delle Negrare, diverse fra loro e coltivate nel Trentino Alto Adige e nel Veneto.

Il tipo più comune e caratteristico è la Negrara trentina

Esiste anche una Negrara o Negronza. che è diversa dalla cultivar trentina e risulta sia stata utilizzata in passato intorno a Verona.

Questi vitigni sono coltivati nella provincia di Verona, in particolare nella Valpolicella e lungo il lago di Garda, da cui si sono diffusi limitatamente in Lombardia e nel Trentino. 

Il Vitigno Oseleta.

E' diffuso nella zona della Valpolicella e dei Monti Lessini fin dai tempi antichi, e più recentemente rientrava nell'uvaggio del Recioto e dell'Amarone della Valpolicella.

E' un vitigno frutto di addomesticazione di uve selvatiche locali. Recuperato da un destino di abbandono sicuro, è stato via via riscoperto a partire dagli anni '70. 

Il suo nome deriva dal gradimento che gli uccelli mostrano verso le sue bacche.

Il Vitigno Pavana.

E' diffuso in molte località del Veneto e del Trentino. Il nome di questo vitigno deriva da una storpiatura di un riferimento alla sua origine, ossia "padovana".

Viene citato da alcuni autori, tra cui il Di Rovasenda, e il Molon e l'Acerbi a partire dalla fine dell'800.

Il Vitigno Pedevenda.

Le prime notizie sulla sua coltivazione risalgono al 1754, anno in cui Valerio Canati annovera "il grato Pedevenda" tra i vini famosi del territorio di Vicenza. 

Anche Acerbi nel 1825 e Zara nel 1901, parlano di questo vitigno citandolo il primo come Pexerenda e l'altro come Peverenda. 

Il suo utilizzo principale è per la produzione del famoso Torcolato, anche se in alcuni casi sono stati ottenuti vini secchi.

Il Vitigno Perera.

Conosciuto nella zona di Valdobbiadene anche come "Pevarise". Un tempo era molto presente in questa zona e particolarmente ricercato per la bontà delle sue bacche.

Il nome è dovuto probabilmente al gusto di pera della polpa dell'acino, oppure alla forma che richiama una pera rovesciata. 

Questo vitigno è stato particolarmente colpito dalla fillossera, tanto da essere praticamente scomparso. 

Riscoperto negli anni, è per lo più vinificato in uvaggio col Verdisio e la Glera nelle denominazioni DOC e DOCG di produzione del vino Prosecco.

Il Vitigno Pinella.

Questo vitigno presenta origini incerte. Sembra essere stato identificato per la prima volta in Friuli Venezia Giulia dove oggi è quasi scomparso. 

E' presente in Veneto, nel Padovano dove viene vinificato in genere in uvaggio con altre varietà locali per dare vini giovani, freschi e sapidi.

Il Vitigno Recantina.

Viene coltivato nella provincia di Treviso fin dall'antichità.

Più di recente, notizie di questo vitigno venivano riportate da diversi ampelografi, ma nell'epoca post - fillosserica se ne sono perse le tracce e oggi ne sopravvivono pochi filari nella zona del Montello, tanto che viene confuso con il Raboso.

Esistono due varietà di questo vitigno: la Recantina a pecolo (peduncolo) scuro e la Recantina a pecolo rosso.

Il Vitigno Rondinella.

Il vitigno è un autoctono veronese le cui origini rimangono oggi ancora sconosciute.

Riconosciuto dagli ampelografi soltanto alla fine dell'800 nell'area veronese, deve il suo nome al colore nero - bluastro dei suoi acini, che ricorda il piumaggio della rondine.

E' vinificato in uvaggio con le altre varietà della provincia di Verona, soprattutto in Valpolicella e nell'area di Bardolino.

Tali uvaggi sono alla base dei vini di Valpolicella e Bardolino, Amarone in primis.

Grazie alla sua capacità di accumulare zuccheri, il vitigno viene impiegato, oltre che nell'Amarone, anche nell'uvaggio del Recioto della Valpolicella

Il Vitigno Rossignola.

E' un vitigno autoctono della Provincia di Verona. Presente nelle zone del Bardolino e della Valpolicella, rientra nelle denominazioni principali presenti in quest'area. 

La sua presenza è stata riportata solo recentemente, all'inizio dell'800.

Il vitigno viene ritenuto adatto soprattutto alla produzione di rosati, essendo il suo vino di poco corpo, ragione per la quale la coltivazione è stata abbandonata.

Il Vitigno Turchetta.

E' autoctono del Veneto ed era un tempo molto diffuso sia nella provincia di Padova che nella zona del Polesano, cioè nella Provincia di Rovigo. 

Attualmente in via di estinzione, pochi produttori della bassa padovana e del Polesine stanno cercando di recuperarlo, anche grazie alle qualità viticole ed enologiche, che lo rendono interessante per la produzione di vini rossi di grande spessore.

Il Vitigno Verdisio.

Sembra essere originario della zona dei Colli Euganei, dove oggi non è più presente in modo significativo.

E' presente fin dall'inizio del '700 nella zona di Conegliano Valdobbiadene, dove a quei tempi venne preferito ad altre varietà grazie alla sua elevata produttività.

Oggi è ancora presente in zona e concorre agli uvaggi sia col Prosecco (Glera) che con altre varietà. 

La sua componente acida lo rende adatto all'appassimento, per questo viene utilizzato nella produzione dei Colli di Conegliano Torchiato di Fregona DOCG.

Il Vitigno Verduzzo Trevigiano.

Questo vitigno sembra sia stato introdotto in Veneto dalla Sardegna all'inizio del secolo scorso, anche se finora non si è riusciti a collegarlo ad alcuna delle varietà di vite dell'isola. 

Meno noto e meno diffuso del Verduzzo friulano, viene coltivato principalmente nelle province di Treviso e di Venezia. 

Questo vitigno si trova raramente vinificato in purezza.

Il Vitigno Vespaiola.

E' autoctono dell'area pedemontana dell'alto vicentino ed ha il suo riferimento nel paese di Breganze.

Le origini di questa varietà e l'epoca alla quale risalga la sua coltivazione rimangono molto incerte.

L'Acerbi segnala la sua presenza nella zona di Bassano e di Marostica nel 1825. Il suo nome è riferito alla predilezione delle vespe per le bacche mature e zuccherine nei periodi vicini alla vendemmia. 

In purezza questo vitigno è presente nelle DOC Breganze Vespaiolo e Torcolato. 

Il Vespaiolo è un vino secco e beverino, mentre il Torcolato è un passito di grande struttura ed intensità, per cui le uve vengono fatte appassire per qualche mese in grappoli appesi e annodati, da cui deriva il nome "torcolato" cioè ritorto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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