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Categorie Vini

Le Spade delle Dolomiti.

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In Provincia di Belluno, dal'400 alla prima metà del '600, si forgiavano lame di spada che armavano svariati eserciti - dalla Scozia al lontano Oriente, in particolare per le milizie della Serenissima, e i cui esemplari sono esposti nei più importanti musei del mondo, ma non ancora in quelli delle Dolomiti Bellunesi, dichiarate dal 2009 Patrimonio Unesco.

Proprio lungo il corso del torrente Ardo, a nord - est di Belluno, nelle località di Brusighel e Fisterre, venivano prodotte più di 25.000 spade all'anno, mentre attraverso un documento risalente al 1578 sappiamo con certezza che gli inglesi siglarono un contratto con gli armaioli di Belluno per la fornitura di 600 spade delle Dolomiti al mese per un periodo di 10 anni.

Riuscire a processare questo enorme quantitativo di armi fu possibile solo grazie all'alta qualità del ferro estratto dalle miniere delle Vallate dell'Agordino e dello Zoldano.

Molto importanti furono le miniere del Fursil il cui minerale ferroso, ricco di manganese, era particolarmente adatto alla fucinatura di lame che all'epoca venivano forgiate utilizzando la tecnica denominata "a stoffa", che consisteva nel martellare a caldo, lamine d'acciaio e di ferro finchè si saldavano per bollitura. Questo permetteva inoltre di ottenere anche tempra della lama dura nel fondere, ma non facile a scheggiarsi.

Certamente quello delle spade fu il periodo di massimo sviluppo dell'Alto Veneto. In quei secoli, la bravura degli artigiani bellunesi primeggiò a livello europeo. Celebri furono soprattutto i maestri spadari come Pietro da Formicano, Giandonato Ferara (fratello del più noto Andrea) e i fratelli Giorgiutti, dei quali si possono ammirare ancora oggi nella Sala d'Armi del Consiglio dei Dieci al Palazzo Ducale di Venezia, due splendidi spadoni a due mani. 

Le spade forgiate da questi abili maestri raggiunsero, in molti casi, livelli qualitativi così alti da essere ricercate dai sovrani più importanti di quei tempi, che le vollero per arricchire e dare maggiore lustro alle loro collezioni personali.

Sicuramente il più noto tra i maestri spadari bellunesi è stato Andrea Ferara, originario del Comune di Fonzaso e molto attivo nella seconda metà del Cinquecento a tal punto che le sue spade, con l'elegantissimo fornimento a "tre vie" fecero epoca e, proprio da questo fornimento, Ferara diede vita alla gabbia del primo tipo di Schiavona, la spada più nota della Repubblica Veneziana, essendo legata ai suoi ultimi due secoli di storia, terminando il suo servizio con l'occupazione napoleonica del territorio della Serenissima.

La Schiavona, sviluppata verso la fine del XV secolo, era una spada molto pesante con guardia a gabbia metallica pensata appositamente per proteggere la mano del soldato che la brandiva garantendogli la possibilità di colpire con il pugno il suo nemico se si fosse avvicinato troppo a lui.

Il cesto paramano era realizzato con una griglia di lamine metalliche, assicurata alla crociera e all'arco paramano invece che al pomello. Quest'ultimo con la sua forma a "testa di gatto", era un'altra caratteristica distintiva di quest'arma, che raggiunse la sua massima notorietà nel XVII secolo.

Proprio nel momento di massima produzione delle spade bellunesi, la Serenissima decise di nazionalizzare il Bosco del Cansiglio (allora importante riserva di carbone), per utilizzarlo come "bosco da remi". Alla fine del Cinquecento gli spadari bellunesi furono costretti ad andarsene. 

La produzione di armi bianche entrò in crisi nel XVII secolo abbandonando definitivamente le montagne bellunesi, a seguito dell'introduzione della polvere da sparo. Fu allora che Venezia spostò in Val Trompia la fabbricazione delle nuove e più potenti armi da combattimento. 

Nonostante questo, la nostra manodopera qualificata e specializzata non si perse d'animo contribuendo, poi, allo sviluppo del distretto delle coltelleria di Maniago, che  impiega più di 1.000 addetti nel solo ciclo produttivo degli articoli da taglio, comprendo gran parte del fabbisogno nazionale ed esportando verso i mercati europei e americani. 

 

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Il Metodo Martinotti - Charmat, che cos'è?

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Fino alla fine del 1800 il Metodo Classico era l'unico utilizzato per la produzione di vini spumanti. Fu Federico Martinotti (1860 - 1924), Direttore dell'Istituto Sperimentale per l'Enologia di Asti, a inventare e brevettare nel 1895 il metodo di rifermentazione in grandi recipienti, adottato poi intorno al 1910 dal francese Eugène Charmat, che ne costruì l'attrezzatura; da qui il doppio nome Martinotti - Charmat.

Questo metodo si basa sulla fermentazione del vino in autoclave, ovvero dei grandi contenitori pressurizzati molto simili a grandi silos di acciaio inox, a temperatura controllata, che mantengono intrappolata al loro interno l'anidride carbonica.

Da questo processo di vinificazione si ottengono vini freschi e profumati grazie anche ai vitigni utilizzati, prevalentemente aromatici, per consentire una forte estrazione di aromi e sapori in un lasso di tempo decisamente molto più contenuto rispetto al Metodo Classico; in particolare i vini spumanti dolci trovano proprio in questo metodo quello più adatto alla loro produzione.

Il Metodo Charmat non aspira più di tanto alla complessità, alla struttura e alla longevità del vino, quanto invece ad un'immediata freschezza, alla semplicità aromatica, alla prontezza di beva e ad un prezzo di vendita decisamente molto più contenuto. 

Sia per la relativa facilità produttiva rispetto al Metodo Champenoise sia per una maggiore fruibilità e immediatezza del prodotto finale, oggi è risaputo che sia in Italia sia all'estero, la maggior parte delle bottiglie di spumanti viene realizzata con il Metodo Martinotti Charmat.

Le uve utilizzate possono essere le stesse del Metodo Classico (ovvero le varietà "neutre") ma visto che con questo sistema di vinificazione si ottengono colori più tenui, paglierini, sapori freschi e meno strutturati e profumi meno intensi, le uve più apprezzate sono la Glera (da cui deriva il Prosecco), la Malvasia e la Ribolla Gialla.

Il processo di rifermentazione in autoclave.

Come per il Metodo Classico, la raccolta delle uve viene anticipata in modo tale che queste presentino acidità e freschezza adeguate. Queste due caratteristiche risultano essenziali per poter ottenere spumanti freschi e fruttati.

Una volta raccolta l'uva può non essere pigiata e in questo caso passa direttamente nelle presse pnueumatiche orizzontali che lavorano a 0,5 - 1 bar, permettendo di ottenere un soffice ammostamento. 

Il mosto viene separato dalle parti più solide intorbidanti tramite un processo di chiarificazione, filtrazione, flottazione o centrifugazione. A questo punto, il mosto fiore può essere indirizzato a diverse tipologie di lavorazione, a seconda che si desideri produrre spumanti secchi o più dolci.

Nel primo caso si procede alla normale fermentazione completa, avviando il vino ottenuto alla spumantizzazione. Nella seconda ipotesi occorre invece conservare i mosti come tali, fino al momento della presa di spuma, che può avvenire anche dopo che siano trascorsi diversi mesi.

Il vino base viene posto in autoclave, congiuntamente alla necessaria quantità di zuccheri, lieviti e sostanze azotate, dopodichè viene portato ad una temperatura di 20°C circa.

Non appena inizia il processo fermentativo si può scegliere di regolare la temperatura per ottenere un decorso più veloce oppure più lento, tenendo conto che in quest'ultimo caso le bollicine saranno più piccole e gradevoli sia alla vista, sia al palato. 

La miscela di vino e di lieviti resta all'interno dell'autoclave per un periodo compreso tra i trenta e i novanta giorni ma, nel caso in cui si desideri uno spumante caratterizzato da un aroma di lieviti più accentuato e un perlage fine, questo arco di tempo può essere prolungato a 12 mesi (Charmat Lungo).

Il vino divenuto ormai spumante, viene travasato in autoclave per mezzo di alcune bocchette collocate al di sopra delle fecce, eliminando i suoi residui di lievitazione, mantenendo costante la pressione data dall'anidride carbonica, che normalmente è di 5 - 6 bar, per conservarne almeno 4,5 in bottiglia.

Nel caso si desideri ottenere spumanti dolci, la fermentazione dovrà essere interrotta al momento desiderato raffreddando in modo brusco la massa per bloccare l'attività dei lieviti. Successivamente si dovrà completare la stabilizzazione e, dopo aver effettuato i vari controlli analitici e organolettici, lo spumante è pronto per l'imbottigliamento, che verrà effettuato a freddo, per perdere meno pressione possibile nel passaggio dalla riempitrice alla tappatrice. Come per il Metodo Classico, i tappi usati possono essere in sughero, oppure anche di plastica in quanto il prodotto finale sarà consumato in breve tempo.

In conclusione, rispetto al Metodo Champenoise, le principali differenze consistono nella maggiore rapidità di produzione (da un minimo di 30 giorni ad un massimo di 8 - 12 mesi), nell'abbattimento dei costi per le lavorazioni del vino, nel far avviare la presa di spuma in un'unica autoclave e nel fatto che tutte le fasi che seguono la rifermentazione, compreso l'imbottigliamento, avvengono in condizioni isobariche. 

Dopo avervi presentato nei dettagli il Metodo Classico e il Metodo Martinotti - Charmat, adesso dovrebbe esservi più chiaro quanto lavoro, passione e dedizione ci sia dietro alla produzione di un vino spumante di alta qualità.

Ora non vi resta che scegliere quale sarà la prossima bottiglia che stapperete per celebrare una ricorrenza o un'occasione particolare. Noi vi consigliamo di brindare puntando sulla qualità del nostro spumante bellunese  Mat'55 Millesimato 2010 - Sublimazione dell'Attesa, Metodo Classico con 72 mesi di maturazione sui lieviti ed altri 8 mesi minimo di maturazione in bottiglia dopo la sboccatura, oppure di provare a degustare la Croda Bianca - Annata 2016 o il Dumalis Rosè - Annata 2016, entrambi prodotti da Pian delle Vette Cantina di Montagna utilizzando il Metodo Ancestrale, che altro non è che un Metodo Classico senza la sboccatura, che permette di ottenere un vino caratterizzato da una stupenda complessità organolettica. 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

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Pian delle Vette, un'azienda agricola di nicchia alle porte del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

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Per molti può sembrare una curiosa novità, ma di viticoltura a Belluno e, in particolar modo nel Feltrino, se ne parla già da diversi secoli. Infatti, proprio nell'archivio storico del Comune di Feltre si trovano numerosi riferimenti a particolari statuti che disciplinavano la coltura della vite sin dal lontano millecinquecento e, inoltre, nel '600 il Canonico della Cattedrale di Belluno Giovan Battista Barpo nei suoi libri "Le delizie e i frutti dell'agricoltura e della villa" dedica proprio un capitolo a "Delle uve, delle viti e dei recipienti per il vino" andando a descrivere minuziosamente le principali tipologie di uva locali fornendo preziosi consigli per la loro coltivazione.

Purtroppo la diffusione dell'oidio, della peronospora e della fillossera, lo scoppio della Grande Guerra, l'emigrazione dei primi del novecento e la massiccia industrializzazione avvenuta dopo il disastro del Vajont, portarono in breve tempo all'abbandono della coltivazione della vite a Belluno.

Nel corso di questi anni c'è stata però una rinnovata attenzione ed interesse verso la vite da parte di alcune aziende agricole bellunesi che hanno saputo recuperare i terreni vocati alla sua coltivazione, riprendendo così una produzione che, seppur limitata quantitativamente, riesce a riscuotere notevoli consensi, apprezzamenti e riconoscimenti in Italia, e all'estero, per l'alta qualità dei vini

Attualmente sono 147 gli ettari di vigneti presenti in Provincia di Belluno, una sessantina dei quali appartengono a produttori trevigiani che hanno scelto di espandersi a Belluno per proseguire il Metodo Tradizionale. Il vino biologico, invece, è un fenomeno in costante crescita: sono già quattro le aziende bellunesi in possesso della relativa certificazione. 

Uno degli aspetti più curiosi che riguarda il mercato del vino bellunese è l'incremento del numero di donne che si dedicano alla viticoltura in Provincia di Belluno in quanto sembra che questa attività rappresenti una valida opportunità per conciliare la vita familiare con il proprio lavoro. 

Un secondo aspetto molto interessante riguarda i piccoli produttori che hanno ripreso la coltivazione della vite in zone di montagna, limitando sempre più l'utilizzo dei fitofarmaci sia per una questione economica, sia soprattutto per rispettare e tutelare maggiormente l'ambiente che circonda le incantevoli montagne delle Dolomiti Bellunesi, dichiarate Patrimonio dell'Umanità.

Certamente l'Azienda Agricola Pian delle Vette, situata a Vignui di Feltre, piccolo borgo immerso alle porte del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, è l'esempio di una Cantina di Montagna che, pur avendo dimensioni ridotte, ha saputo coniugare negli anni la riscoperta della viticoltura locale con le nuove tecnologie enologiche, nel pieno rispetto della tradizione e dell'ambiente circostante.

Qui la scelta varietale ha fatto ricorso a quelle selezioni che più si adattano all'ambiente di montagna e che maggiormente possono farsi portatrici dei rigidi inverni, dei sensibili sbalzi termici notte / dì e delle ristrettezze nutritive dei suoli. 

I vini prodotti da Pian delle Vette ricordano l'armonia del paesaggio, la quiete dei luoghi, il benessere dei vigneti e la ricca biodiversità che li arricchisce di profumi e aromi garantendo tipicità e unicità.

La società agricola Pian delle Vette è gestita da Egidio D'Incà e Walter Lira, due imprenditori feltrini che, dopo aver svolto varie esperienze professionali in diversi settori economici, hanno coronato il loro sogno di dedicarsi al mondo della viticoltura riuscendo a rilanciare questa Cantina sia a livello di brand, sia a livello di produzione, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti proprio per l'alta qualità dei loro vini di montagna

A Pian delle Vette ogni vigneto rappresenta una piccola nicchia studiata appositamente per ottenere prodotti unici lontani dal rispetto di mode e di tendenze del momento. 

L'estensione dei vigneti è di due ettari e mezzo su cui crescono le bacche rosse tipo Pinot Nero, Teroldego, Gamaret, Diolinoir, le bacche bianche Chardonnay, Muller Thurgau e Traminer Aromatico.

Quattro di queste varietà fanno parte dell'IGT delle Dolomiti (Pinot Nero, Teroldego, Muller Thurgau e Traminer), mentre dal 2013 il vino spumante rientra anche nella DOC Serenissima.

La coltivazione della vite viene da sempre effettuata nel pieno rispetto dell'ambiente che circonda il territorio del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Pian delle Vette rappresenta un modello di viticoltura di montagna che dimostra come anche in queste zone impervie e di non facile coltivazione del vigneto, si riesca a fare agricoltura di qualità, riuscendo a coniugare sapientemente tradizione e tecnologia, sempre nel pieno rispetto della natura e delle tradizioni locali.       

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Pian delle Vette alla presentazione della Guida ai Sapori e Piaceri del Veneto.

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Anche il mese di novembre 2017 si è concluso in modo trionfale per l'Azienda Agricola Pian delle Vette che è riuscita a portare a casa un altro prestigioso riconoscimento ufficiale per l'alta qualità dei suoi pregiati vini di montagna prodotti a Vignui di Feltre, un piccolo borgo immerso nella natura incontaminata del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Lunedì 27 novembre Egidio D'Incà e Walter Lira, i due soci titolari di Pian delle Vette Cantina di Montagna, sono stati invitati alla presentazione della Guida ai Sapori e Piaceri di Venezia e del Veneto, che si è tenuta nella prestigiosa sede storica del Caffè Pedrocchi di Padova, in quanto inseriti nella Guida da parte di Giovanni Zanon, titolare del Ristorante Corte dell'Hotel Villa Abazia di Follina (TV) che presenta il Pinot Nero - annata 2012 - "come il gioiello che più mi attrae tra le 800 etichette della nostra carta vini". 

La Guida ai Sapori e Piaceri del Veneto.

Dal 2004 il quotidiano Repubblica accompagna i lettori alla scoperta dei più significativi ed importanti cambiamenti della società, del territorio e della cultura, prestando un particolare occhio di riguardo anche ai Sapori gastronomici più tradizionali e innovativi che ogni regione d'Italia propone. 

La Guida ai Sapori e ai Piaceri del Veneto si presenta come uno scrigno delle eccellenze non solo gastronomiche, ma anche storiche e paesaggistiche, in grado di promuovere e rappresentare un territorio da sempre ricco di tradizioni, usanze e costumi, ma anche di numerose bellezze e storie spesso sconosciute che meritano di essere conosciute, raccontate e vissute. Un viaggio che percorre le province di Venezia, Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Verona e Vicenza, per promuovere e valorizzare tradizioni ed usanze venete di un tempo, ma soprattutto i Sapori e i Piaceri che dalla tavola arrivano agli incantevoli scorci che il paesaggio Veneto sa proporre ed offrire.

Ci sono volute più di 500 pagine per raccontare la Regione Veneto attraverso una dettagliata presentazione dei luoghi dei suoi grandi scrittori come Buzzati o Mario Rigoni Stern, Goethe o Hemingway, dei vari percorsi storici dedicati alla Grande Guerra e alle numerose Ville Venete

Ovviamente la parte più consistente della Guida è riservata ai Sapori e Piaceri del Veneto. Nei 648 ristoranti dislocati tra le province e le aree urbane della nostra regione, si possono assaggiare proposte di piatti più tradizionali della cucina veneta, con la possibilità di effettuare piacevoli tappe gourmet nei locali degli Chef più innovativi e all'avanguardia.

Le 266 botteghe del gusto, insieme con gli 88 locali per cicchetti e spunciotti vari, le 92 dimore di charme, i 41 caseifici e i 126 produttori di vino permettono di scoprire particolari itinerari enogastronomici che spaziano dalla città alla campagna, all'insegna della conoscenza e della promozione dei prodotti tipici della Regione Veneto.

Non solo suggerimenti culinari, ma anche un ritratto complessivo di questa magnifica regione, alla scoperta di tesori storici e naturalistici e delle numerose mete turistiche venete  ideali per trascorrere una splendida vacanza, oppure un indimenticabile e romantico weekend all'insegna del benessere e del cibo di alta qualità; è questo l'obiettivo che si pone la Guida ai Sapori e Piaceri di Venezia e del Veneto 2018, che è già disponibile in edicola (in allegato al quotidiano Repubblica a € 9,90 in più), oppure acquistabile nelle librerie, o presso lo store online di Repubblica e, infine, sui siti di Amazon e IBS.

 

 

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I "Vini Pian delle Vette" protagonisti alla Sagra dei Fisciòt di Belluno.

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Belluno la celebrazione della festa della Madonna dell'Addolorata (o Sagra dei Fisciòt) nel periodo di Quaresima è un appuntamento consolidato che ha una tradizione secolare.

Dal 1716 la statua della Madonna dei Sette Dolori, fortemente voluta dalla cittadinanza bellunese per festeggiare la fine di una pestilenza, viene portata in processione dai fedeli lungo le vie del centro storico.

Questa statua, molto cara alla devozione dei Bellunesi, custodita in un monumentale altare barocco presso la Chiesa di Santo Stefano a Belluno, è vestita con un antico manto di velluto nero e ornata con i simboli della regalità e del dolore; le mani e il suo volto sono opera dell'artista Giambattista Alchini (1657) detto il "Gusella".

Viene tolta dalla sua artistica nicchia per la processione che si effettua lungo le vie del centro di Belluno in occasione della Quaresima due domeniche prima di Pasqua.

Negli anni questa processione si è intrecciata con la vita più laica e civile di Belluno, tanto che nel 1948 la statua fu portata in processione fasciata dalla bandiera tricolore, simbolo della ritrovata libertà.

La venerazione della Madonna è una tradizione antica per la città, tutt'oggi ancora molto sentita e partecipata.

Ogni anno al momento religioso si affianca quello ludico: collocati su tutta l'area del centro, quest'anno erano presenti più di 200 operatori con banchi di dolciumi, giocattoli, articoli in vetro e ceramica, legno, bigiotteria, quadri, manufatti di vario genere, essenze, erbe aromatiche, miele ed altri prodotti tipici locali.

Anche Pian delle Vette, insieme al Consorzio Dolomiti Prealpi, ha partecipato - domenica 02 aprile 2017 - con un proprio stand a questa prestigiosa manifestazione esponendo al pubblico alcune bottiglie dei nostri pregiati vini di qualità, che recentemente hanno ottenuto importanti riconoscimenti e premi in occasione della Fiera Internazionale del Vino "BeoWine" che si è svolta nel mese di febbraio a Belgrado. 

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Vini "Pian delle Vette" doppio premio a Belgrado.

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Medaglia d'Oro per il Pinot Nero del 2012 e argento per il Gran Passo del 2010. I soci D'Incà e Lira: << Si può fare agricoltura di qualità rispettando il territorio. >>

Egidio D'Incà e Walter Lira non potevano sapere che dentro alle botti e alle bottiglie marcate "Pian delle Vette" si nascondesse un gioiello della produzione vitivinicola feltrina.

Hanno dovuto aspettare di partecipare al "BeoWine Fair" di Belgrado (la più grande fiera del settore del Sud Est Europa, che si è svolta dal 23 al 26 febbraio nella 39esima Fiera Internazionale del Turismo) assieme ad altri 150 espositori per vedersi consegnare una medaglia d'oro per il Pinot Nero 2012 e una d'argento per il Gran Passo del 2010.

Due risultati eccezionali che incoronano un'eredità degna del cambio di gestione. L'azienda ha concorso con altre due venete (otto le italiane in tutto) che sono state portate in Serbia dal Consorzio "Italia diVini & Sapori).

"BeoWine Competition è il consorzio di valutazione dei vini più importante che si svolge in Serbia ormai da oltre un decennio. Più di 200 vini provenienti da diversi Paesi dei Balcani e, quest'anno per la prima volta, anche dall'Italia. 

La competizione si è svolta a Belgrado il 18 e il 19 febbraio. I due imprenditori feltrini hanno acquisito l'azienda vincente l'8 giugno dello scorso anno dopo un periodo di crisi produttiva (era nata all'inizio del Duemila grazie a un finanziamento Interreg), e l'hanno rilanciata come produzione e marchio.

L'estensione dei terreni che si trovano a Vignui è pari a due ettari e mezzo su cui crescono le bacche rosse tipo Teroldego, Gamaret e Diolinoer, oltre al Pinot Nero, le bacche bianche Chardonnay, Muller Turgau e Traminer, più la Bianchetta che è l'unica varietà autoctona coltivata. Tutti vitigni che si prestano molto bene in montagna.

Quattro di queste varietà fanno parte dell'Igt Dolomiti (Pinot Nero, Teroldego Muller e Traminer), mentre dal 2013 il vino spumante è Doc Serenissima.

La produzione è di 45 quintali per ettaro, un valore medio buono perché meno produzione non significa meno qualità. L'intensivo è un termine bandito visto che i trattamenti fitosanitari annui sono una decina, poco meno:   << Ci accomuna la passione per il nostro territorio e la voglia di creare un modello esemplare >>, afferma D'Incà, già noto per altre operazioni lungimiranti come il lancio del marchio "Nocciola Mestega delle Dolomiti", << siamo convinti che si può fare agricoltura puntando di più sulla qualità, e di questo devono accorgersi anche i ristoratori bellunesi. >>

Fonte: Corriere delle Alpi - 09 marzo 2017 (Francesca Valente) 

 

 

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La Viticoltura in Provincia di Belluno.

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In Provincia di Belluno la coltivazione della vite risulta la meno rappresentata a livello regionale, ma nei diversi periodi storici non è stato sempre così.

Pur non avendo mai ottenuto una produzione paragonabile a quella di altre province venete, il Bellunese ha vissuto dei periodi di florida coltura.

Già nel XII secolo la vite doveva essere ben rappresentata nel circondario di Feltre, nella valle d'Alpago e nella valle del Piave, come testimonia un'antica bolla del Papa Lucio III (1184) in cui vengono citati in quel di Fonzaso, lasciti di terreni al Vescovo di Belluno "cum vineis".

Verso la fine del 1700 i lavori di Antonio Frigimelica e dell'Abate Carlo Lotti riportavano consigli sulle tecniche per ottenere dei vini più maturi, capaci di raggiungere gradazioni zuccherine maggiori e una riduzione dell'aspro.

Quasi tutti gli autori storici di questo periodo sono d'accordo nell'identificare nel feltrino la zona vocata alla coltura della vite.

A tal proposito, si ritrovano diverse citazioni negli Annali dell'Agricoltura che in una memoria raccolta da Filippo Re ricorda come nel "Cantone di Belluno vi alligna la vite ed il gelso, negli altri cantoni no". 

Importanti sono anche le citazioni di Jacopo Volpe (segretario della Camera di Commercio di Belluno), il quale riporta come "la coltivazione della vite non è molto estesa in provincia, ae anzi facendo il rapporto con quella occupata dalle viti si calcola dell'1,19%; ma bisogna notare che se la parte maggiore del territorio non permette la vegetazione di questa pianta, invece una porzione di distretto, cioè i due Comuni di Fonzaso ed Arsiè, dove si può dire unica la coltivazione della vite e principalissimo il prodotto del vino" (J. Volpe, 1880).

In questo periodo avviene un cambiamento che determinerà il momento d'oro della viticoltura nella Val Belluna e, in particolare, nel feltrino.

L'arrivo delle principali malattie americane (oidio, peronospora e fillossera) sarà prima il motore e successivamente la rovina della viticoltura del bellunese.

Negli anni della comparsa dell'oidio il Volpe scrive così "del solo distretto di Fonzaso la crittogame della vite non si estese e fu appunto allora che la coltivazione della vite prese largo sviluppo e si abbandonò ogni altra coltura per attendere a questa solo, facendo piantagioni dappertutto, persino sui dossi scoscesi di aspre montagne. In quell'epoca l'esportazione del vino di Fonzaso ed Arsiè ebbe una grande vivacità, e i prodotti di questi due Comuni si smerciavano in molte piazze del Veneto, come i migliori e a prezzi favolosi" (J.Volpe, 1880).

Nel 1884 l'arrivo della peronospora trovava la viticoltura in una situazione vitale come si può constatare da una relazione dell'allora Sindaco del Comune di Fonzaso del 1886: "Una lunga zona di territorio nel comune di Fonzaso e in quella di Arsiè è coltivata a vite, ed è una estesa assai importante, e puossi dire che dieci e più mila abitanti ritraevano dalla vite i mezzi di sussistenza di almeno nove mesi all'anno".

Nemmeno la terribile crittogama, distrusse la presenza della vite, anche soprattutto grazie ai progressi della lotta chimica divulgata nel feltrino dall'Abate Candeo.

In questi anni si ha anche l'introduzione dei vitigni internazionali (la Borgogna bianca e nera; il Riesling), nonché la comparsa di specie ibride quali l'Isabella e la Katawa rosa. 

I vini dell'epoca avevano caratteristiche qualitative discrete almeno da quanto riportato da Bajo: "il vino più robusto discretamente fabbricato e conservato bene si avvicinava al Valpolicella ed al Chianti, ne si discosta gran fatto dai vini dell'alta Borgogna, della bassa Austria e dell'alto Reno... intorno alla media di 12 e 13 gradi si mantiene l'alcol nei vini migliori di Fonzaso".

Definitiva per il futuro della viticoltura bellunese fu invece la comparsa della fillossera della vite: dal 1922 al 1936 l'effetto devastante dell'afide cambiò definitivamente la consistenza enologica del feltrino. 

La sostituzione delle viti con barbatelle innestate su "piede americano" viene datata nel 1960 e ha avuto fondamento scientifico nell'impegno della Regia Scuola di Enologia di Conegliano e della Stazione Sperimentale di Viticoltura e di Enologia di Conegliano, soprattutto con la costituzione di campi sperimentali con varietà sia di Vitis Vinifera che ibride.

Le zone più indicate alla coltivazione della vite si confermano quelle identificate precedentemente dagli altri autori: "la coltivazione della vite in specializzazione è concentrata nei comuni di Arsiè e Fonzaso. Altre zone intensamente vitate sono: Mugnai di Feltre, Bastia, Figur di Quero, Fener di Alano di Piave, Centro e Madoneta di Vas, Guizze di Seren del Grappa. Il rimanente territorio coltiva la vite in promiscuità con seminativi e con prati permanenti" (Rizzotto, 1961). 

La coltivazione della vite nel Feltrino.

Era il 24 febbraio 1518 quando Gerolamo Borgasio chiese l'approvazione degli statuti dei vignaioli dell'Aurin, un colle situato a pochi chilometri ad ovest di Feltre.

L'approvazione fu ottenuta con un'ampia maggioranza di voti; in questi documenti erano contenute regole sia tecniche (ad esempio era imposto che la vendemmia non avvenisse prima del giorno di San Michele, ovvero il 29 settembre) sia riguardanti i rapporti tra singoli produttori e tra questi e i boscaioli, che dovevano prestare la massima attenzione e cura a non danneggiare le vigne nello svolgimento del loro lavoro quotidiano.

Nel 1639 Giovan Battista Barpo, decano del Capitolo della Cattedrale di Belluno, concludeva la propria opera in tre libri dal titolo "Le delizie e i frutti dell'agricoltura e della villa"

Nel Libro Secondo - Tratto Quinto - di quest'opera, si legge: "Le viti amano più la collina o altri luoghi ben soleggiati e non già quelli freddi, paludosi, salmastri, ventosi ed ombrosi" e ancora "Chi vuole le nere, chi le cameline, chi le bianchette, chi le verdegne: se vuoi far presto e bene, dedicati alle nostrane e piglia sempre sarmenti locali per ripiantarli il più vicino possibile alla tua villa, ed in posto a dislocazione simile alla vigna da cui proviene il vitigno che trapianti".

Appare evidente che la viticoltura in Provincia di Belluno ha una storia di molti secoli, come dimostrato anche dalla presenza di un grappolo d'uva nello stemma del Comune di Seren del Grappa, paese sito allo sbocco dell'omonima valle, esattamente collocato di fronte ad alcune zone più vocate alla coltivazione della vite.

E oggi...

Oggi questo territorio regala attraverso il lavoro dell'uomo molteplici prodotti di eccellenza: dai fagioli, al mais, dall'orzo alle zucche, dal miele alle nocciole e ad altre numerose varietà di frutta e diversità orticole.

Diverse sono le occasioni per incontrare e assaporare questi frutti delle terre feltrine. In particolare, si ricorda l'Antica Fiera di San Matteo, una mostra - mercato dalle antiche origini che viene ogni anno riproposta in occasione della seconda domenica di novembre, dedicata in particolare alla noce di Feltre e ad altri prodotti agricoli locali e tradizionali. 

In questi ultimi anni è stata ripresa, con particolare attenzione, la coltivazione della vite anche con il recupero di antiche varietà autoctone e di terreni un tempo coltivati a vigna.

Attualmente 10 sono le Aziende Agricole che coltivano vigneti in provincia di Belluno; alcune hanno scelto di puntare interamente su Bianchetta e Pavana mentre altre hanno preferito diversificare i vitigni autoctoni con gli internazionali. 

Tra queste dieci coraggiose aziende, quattro hanno deciso di affrontare (o in due casi di mantenere) anche la trasformazione delle uve in vino e la sua successiva commercializzazione: De Bacco, De March, Pian delle Vette e Vieceli, ottenendo anche alcuni importanti riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.

 

 

 

 

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