A Pian delle Vette si vendemmia!

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Quest'anno a Pian delle Vette la vendemmia è iniziata il 28 agosto 2017, in anticipo di ben 15 giorni rispetto all'anno scorso, partendo naturalmente con le basi spumanti, ovvero quelle che ci permetteranno di degustare nel 2024 uno dei nostri vini fiore all'occhiello: il MAT' 55 - Sublimazione dell'attesa.

Prima il Pinot Nero poi lo Chardonnay, questi sono i due vitigni che sicuramente ci regaleranno presto emozioni forti ed uniche.

Nel rispetto delle tradizioni vitivinicole di un tempo, la vendemmia 2017 si è svolta manualmente selezionando i migliori grappoli d'uva che sono stati raccolti in cassette di plastica e stoccati per una notte in una cella frigorifera ad una temperatura di 10°C- 12°C per evitare l'insorgere di possibili fermentazioni spontanee che avrebbero potuto compromettere la qualità finale del mosto.

Successivamente, si è svolta la pigiatura morbida dell'uva utilizzando una pressa pneumatica che ci ha consentito di prelevare il fiore mosto per garantire il massimo della qualità al nostro  futuro MAT' 55.

Infine è stato avviato il processo di fermentazione del vino che rappresenta un momento magico che determinerà il successo del nostro lavoro e, soprattutto, la qualità dei nostri vini di montagna prodotti a Vignui di Feltre, un piccolo borgo della Città di Feltre immerso nella natura ancora incontaminata del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. 

La vendemmia a Pian delle Vette Cantina di Montagna.

 

 

 

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A Pian delle Vette la coltivazione del vigneto è sostenibile.

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Prosegue a Pian delle Vette, Azienda Agricola situata ai piedi delle Vette Feltrine, nell'area del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesiil percorso verso una coltivazione più consapevole e sostenibile dei nostri vigneti con il consolidamento della salute delle viti. Dopo aver impostato la loro potatura secondo il metodo Simonit & Sirch, abbiamo interpellato l'agronomo Luca Conte per effettuare un'analisi esplorativa della fertilità del nostro suolo, che come vedremo più avanti risulta essere in buono stato di salute.

Il metodo di potatura Simonit & Sirch.

Sperimentato per la prima volta in Friuli Venezia Giulia nel 1988, questo metodo di potatura oggi è conosciuto a livello internazionale ed è applicato da oltre un centinaio di aziende europee distribuite tra Italia, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Germania e Portogallo.

Ad inventarlo sono stati Marco Simonith e Pierpaolo Sirch, due agronomi friulani i quali, partendo dalla constatazione che spesso le viti si ammalano e si infettano per una squilibrata impostazione delle potature, hanno studiato gli antichi vitigni italiani ed europei applicando il loro metodo alle esigenze della moderna viticoltura e ai sistemi di allevamento più intensivi, come la spalliera e il guyot.

La chiave di volta per risolvere le problematiche del deperimento dei vigneti e della riduzione della produttività, coincide proprio con un corretto metodo di potatura, che si può applicare a tutti i sistemi di allevamento della vite. Il segreto sta nell'effettuare con un approccio individuale, pianta per pianta, una potatura ramificata con piccoli tagli sul legno giovane, poco invasivi sul sistema di conduzione della vite ed orientati sempre allo stesso lato, per separare il legno vivo da quello secco che si forma dopo un taglio di potatura.

I suoi risultati hanno dimostrato che le piante dotate di un sistema linfatico integro, mostrano maggiore omogeneità di risposta vegeto - produttiva, si sviluppano in modo conforme risultando così più longeve e costanti nella qualità del prodotto finale.

Ecco un video su questo metodo di potatura che salvaguarda il flusso linfatico della vite.

  

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La storia dei nomi dei vini

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Il nome è un grande specchio, chinatevi ad osservarlo. Trovate riflessi la vita, l'uomo, le verità e gli inganni. Saper leggere un nome, vi farà stare un grandino più in alto nella contemplazione di una storia. 

Per esempio, l'origine del termine Legione, spiega come il Legere latino abbia un significato diverso dal Leggere in italiano. Raccogliere, adunare, arruolare: è questo il Legere della superpotenza che crea, arruola la Legione, strumento principe dell'espansione imperiale. Ed è proprio racchiuso nelle legioni romane il filo di questa nuova storia, che vi aiuta a scoprire come la civilizzazione di Roma Caput Vini non sia solo geneticamente scolpita nel DNA di un vitigno: da migliaia di anni questa epopea è immortalata anche nei nomi dei vini.

Come ormai ben sapete, nel 280 d.C. l'imperatore Marco Aurelio Probo cancella l'editto di Domiziano, sancisce la fine dei rifornimenti di vino con l'ingestibile trasporto di botti da Aquileia ai territori dove sono stanziate le legioni, fa selezionare un vitigno e lo affida alle legioni imponendo il suo impianto in sterminati territori sottoposti. 

Bandita da Domiziano, la coltivazione della vite è trasformata da Probo nello strumento per fissare i confini dell'impero e nell'attività operosa delle campagne in tempo di pace. Quando sale al potere Probo dispone di una massa d'urto di circa 450.000 uomini, divisi in 38 legioni. 

Sappiamo per certo che il nuovo imperatore di legioni ne creò almeno altre due. Sono almeno quaranta le legioni di Probo potenzialmente incaricate non solo di difendere l'impero e guerreggiare, ma anche di piantare e coltivare la vite. Un'opera immensa, della quale possiamo ricostruire le tracce precise anche attraverso i nomi di vini e vigneti

BURDIGALA E VITIS BITURCA

Bordeaux e Cabernet

Nel III secolo d.C. Burdigala è la capitale amministrativa dell'Aquitania romana: una delle tre parti nelle quali Giulio Cesare ha diviso la Gallia conquistata. In quest'epoca Decimo Magno Ausonio, uno degli uomini più colti dell'impero, descrive nell'Ordo urbium nobilium e in diverse altre opere le terre verdeggianti di vigne lungo il fiume, elogiando la città come un mirabile territorio di vino.

Gli impianti delle viti hanno a Burdigala un inizio molto complicato. L'area è infestata di paludi, ne il terreno ghiaioso inizialmente ispira i coloni romani, tutt'altro che convinti che in una regione più nordica e dal clima così ostile la vigna possa dare i suoi frutti migliori. Altrettanto complesso risulta il percorso militare e commerciale che i legionieri e le viti si aprono verso Burdigala: di fatto, il primo collegamento diretto fra il Mediterraneo e le spiagge dell'Atlantico.

Si deve a Roger Dion la descrizione dettagliata dell'itinerario denominato Seuil de Narouze, che mosse da Narbo (l'attuale Narbone, primo luogo di Francia dove i romani piantarono e coltivarono la vite) - per raggiungere Tolosa e quindi Agen, affacciandosi infine sull'impero orizzontale dell'Aquitania, allora popolata dai Galli originari dell'attuale regione di Bourges, denominati Bituriges Vivisques. 

E' questo il nome con il quale gli occupanti battezzarono la prima uva di Burdigala, che per secoli sarà Biturica e fonderà in un bimillenario matrimonio l'indissolubile rapporto tra Bordeaux - Burdigala e Cabernet Biturica. 

Quanto all'origine della vite di Burdigala, gli agronomi romani concordano nella descrizione di una vite importata, più robusta in quanto più adatta ai climi freddi. 

Per Columella, la Biturica proveniva dal porto di Durazzo; da li i romani avrebbero diffuso la Biturica in Aquitania e in Spagna, dove prese il nome di Cocolubis. Sull'ibrida culla insiste anche Plinio il Vecchio, che narra la Biturica come un incrocio tra una varietà importata dai romani e un vitigno selvaggio delle zone della penisola iberica.

Anche Columella, in tal senso, cita il vitigno denominato Balisca, coltivato in diverse province romane e in particolare nella zona della Rioja, molto vicino al Bordolese. 

SANGUIS IOVIS E MONS ILCINUS

Sangiovese e Montalcino. 

Per Giacomo Tachis, uno dei più autorevoli padri dell'enologia italiana, il Sangiovese sta all'Italia come il Cabernet sta alla Francia: sono vini che esprimono una forte identità viticola e vinicola di un Paese.

Entrambi affondano e confondono la propria storia con quella di Roma Caput Vini. Ai tempi dei romani i vini prodotti nelle zone della Romagna e della Toscana erano noti ed è latina l'origine del nome Sangiovese (da Sanguis Jovis), ovvero sangue di Giove, con tutta probabilità il vitigno che frutta nel cesenate il Curva Caesena citato da Plinio il Vecchio.

I romani giunsero nel territorio dell'attuale Romagna intorno al 250 a.C. Il console Emilio Lepido costruisce la via Emilia nel 187, possente fattore di sviluppo di scambi e commerci che influenza profondamente anche la viticoltura. 

Forum Livii oggi Forlì e Forum Popili poi Forlimpopoli saranno altrettante tappe del Sangiovese, insieme alla Cesena dei ricchi ritrovamenti di anfore e ad Ariminum, il porto di Rimini considerato allora la più importante base commerciale dell'Adriatico.

Meno prestigioso, almeno secondo quanto riferito da Marziale, il troppo abbondante vino liquidato dal poeta in due epigrammi: << A Ravenna preferirei possedere una cisterna piuttosto che una vigna: l'acqua la potrei vendere a un prezzo molto più alto>>.

Il percorso imboccato dal Sangiovese è diverso. Scavalcando l'Appenino, il vitigno trova in Toscana il suo territorio di eccellenza, poi scende ancora a sud per trasformarsi in uva simbolo della penisola con ben l'11% della superficie viticola nazionale.

Nel corso dei secoli il Sangiovese si è differenziato in numerosi cloni e diversi territori. In Toscana si distinguono due grandi famiglie: il Sangiovese grosso e il Sangiovese piccolo.

Espressione più alta del Sanguis Jovis. il nome del Brunello ritrova nella romanità un altro eco. I primi insediamenti fortificati dell'area di Montalcino risalgono all'epoca etrusca e ne sono ancora una testimonianza i resti dell'area archeologica di Poggio Civitella. 

Poi la romanitas battezzerà un monte coperto di verdi lecci in Mons Ilcinus. Così con il Sanguis Jovis di Mons Ilcinus, Roma Caput Vini genera uno dei più grandi vini d'Italia. 

 

 

 

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Il rilancio e lo sviluppo delle aree montane marginali: il caso di Seren del Grappa.

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La scarsa attenzione data in passato alla montagna o alla gestione di tipo assistenzialistico, stenta a lasciare il passo al nuovo paradigma che pone la montagna al centro di investimenti produttivi e iniziative di carattere innovativo che ne valorizzino le sue risorse, le specificità, le sue bellezze e il suo capitale sociale.

Questo, insieme ad altri fattori quali i mutamenti socio - economici degli ultimi sessant'anni e i cambiamenti negli stili di vita, hanno favorito la concentrazione della popolazione nelle aree urbane con il conseguente abbandono di molte aree montane marginali.

Ne sono conseguite problematiche di diverso tipo: un aumento del rischio idrogeologico, la perdita di biodiversità, il quasi totale abbandono delle pratiche economiche locali, la decadenza del patrimonio architettonico, paesaggistico e culturale.

Di fronte alla complessità delle sfide da affrontare, nel corso degli ultimi anni nelle Alpi si osservano nuove dinamiche che stanno contribuendo a un'inversione di tendenza: la montagna è diventata oggetto di interesse, tema di nuovi studi e di diverse forme di intervento, dal livello locale, a quello comunitario, finalizzati a promuovere e favorire modelli di sviluppo sostenibili.

I ricercatori dello Sviluppo Regionale dell'EURAC hanno avuto l'opportunità di osservare da vicino un processo di questo tipo, contribuendo a sostenerlo. 

Si tratta di Seren del Grappa, uno dei comuni del Feltrino al confine con la Provincia di Vicenza e Treviso, situato fra la piana di Feltre, il Massiccio del Monte Grappa e le Dolomiti Bellunesi.

Il suo territorio, esteso su una superficie di poco più di 62 chilometri quadrati, è caratterizzato da una montagna verticale, che parte dai 350 metri di quota della piana e arriva agli oltre 1.500 metri delle montagne.

Seren del Grappa rientra pertanto fra i piccoli comuni completamente montani, in cui appare pianeggiante solo la parte di fondovalle dove è concentrato il nucleo urbano.

La sua posizione, al di fuori dei flussi turistici che hanno investito le Dolomiti, e la lontananza dai principali assi viari, hanno determinato negli anni un forte spopolamento e il quasi totale abbandono delle pratiche economiche locali, insieme alla decadenza del patrimonio architettonico e culturale.

Per rivitalizzare la zona dal punto di vista socio - economico la Fondazione Val di Seren ha contattato gli esperti di sviluppo regionale di Eurac Reserch incaricandoli di elaborare una strategia ad hoc.

I risultati, frutto di una interazione virtuosa tra ricercatori e comunità locale e di una proficua cooperazione interregionale, sono stati presentati sabato 08 aprile 2017 a Seren del Grappa, alla presenza dell'Assessore all'Agricoltura della Regione del Veneto, Giuseppe Pan.

Con l'occasione è stato anche inaugurato il vigneto sperimentale di Col dei Bof, uno dei primi progetti che sono stati avviati durante questo lungo percorso.

La storia di questo progetto comincia quasi per caso, con un podologo bolzanino che compra una casa in una frazione di Seren del Grappa, e si conclude con un piano di sviluppo territoriale per l'intera Valle.

Il podologo è Oskar Unterfrauner, presidente della Fondazione Val di Seren Onlus che ha tra i suoi intenti quello di sperimentare nuove modalità per tornare ad abitare la montagna.

Per tradurre in pratica i propri obiettivi la Fondazione ha richiesto la consulenza degli esperti di sviluppo regionale di Eurac che hanno elaborato un piano coinvolgendo la popolazione locale.

Attraverso workshop, tavoli di lavoro progettuali, visite guidate, tavole rotonde e serate di informazione, i ricercatori hanno raccolto proposte ed esigenze della popolazione ed elaborato un piano di medio e lungo termine per lo sviluppo socio - economico e demografico della Valle.

Per strappare superficie al bosco a favore dell'agricoltura, è nata l'idea di realizzare un vigneto sperimentale composto da ibridi resistenti al freddo e alle malattie.

Oltre al vigneto, negli anni sono state realizzate anche altre iniziative concrete come il restauro della casa che ora ospita la sede della Fondazione, un corso di Web Marketing per operatori economici e un festival della montagna che ha richiamato in Valle sia esperti, sia persone che hanno fatto del ritorno in montagna una loro scelta di vita.

Il Vigneto Sperimentale a Col dei Bof.

Le sinergie nate all'interno del piano strategico di Seren del Grappa, hanno portato all'avvio nel 2013 di un progetto sperimentale di viticoltura realizzato in località Col dei Bof, uno dei più caratteristici borghi della Valle di Seren del Grappa. Il progetto consta di due momenti diversi di realizzazione.

In una prima fase, con il contributo della Regione del Veneto, il coordinamento di Veneto Agricoltura nei terreni di proprietà della Fondazione in località Col dei Bof, ha piantato un vigneto sperimentale con barbatelle resistenti alle malattie funginee e particolarmente adatte alla viticoltura in montagna. 

In una seconda fase, la coltivazione della vite sarà estesa ad altre aree di proprietà della Fondazione e di altri proprietari della Valle intervenendo nel recupero dei terreni in forte pendenza posti nelle aree più marginali.

La tipologia di impianto scelta è quella a ritocchino, con un sesto d'impianto di 2 X 0,8. Come forma di allevamento si è preferito puntare sul Guyot. 

Il vigneto è stato messo a dimora in parte nella primavera del 2014 e in quella successiva del 2015; oggi occupa una superficie totale di poco più di un ettaro e mezzo.

L'intento della sperimentazione è trovare varietà di vite resistenti alle malattie funginee; per ogni varietà sono state messe a dimora almeno 100 - 150 barbatelle.

Gli ibridi resistenti sono varietà di vite create attraverso processi di ibridazione per risultare così più resistenti a fitopatologie, siccità, malattie e a condizioni ambientali estreme come quelle delle aree montane.

Oggi il contrasto all'oidio, la peronospora e la fillossera, avviene prevalentemente per via chimica. L'introduzione di questi ibridi resistenti permette di ridurre a 2-3 i trattamenti in campo anziché i 15 - 20 anno.

Per preservare la naturale resistenza delle viti e la biodiversità dei luoghi si è scelto di non utilizzare prodotti di sintesi per il diserbo e, inoltre, le tradizionali fasi di intervento sono condotte manualmente o con l'impiego di limitati mezzi meccanici.

Il progetto sperimentale del vigneto ad ibridi resistenti rappresenta un'iniziativa di carattere fortemente innovativo sotto vari aspetti.

Innanzitutto si pone l'obiettivo della creazione di un primo catalogo europeo sugli ibridi resistenti in aree montane, favorendo la coltivazione in aree impervie.

Inoltre, tale iniziativa si inserisce in un più articolato percorso di sviluppo socio - economico di più ampio respiro, che ha come obiettivo quello di fornire la sopravvivenza economica e una fonte di benessere per la comunità locale.

Si tratta, infine, di un progetto di sviluppo regionale che potrebbe portare alla ricostruzione di un distretto vitivinicolo feltrino valorizzando quindi le peculiarità e le risorse endogene del territorio. 

 

 

 

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Il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni Veneti.

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Il Veneto, essendo una regione viticola di antiche tradizioni, possiede un ricco patrimonio di varietà definite autoctone tipiche dei diversi areali, che rappresentano ancora la base per la produzione di famosi vini regionali.

In alcune zone si sono affermate anche varietà di "importazione" che hanno pian piano sostituito le varietà e i biotipi locali.

Questa ricchezza ampelografica ha determinato, inoltre, la presenza di varie sistemazioni fondiarie e l'applicazione delle più disparate tecniche agronomiche. 

In diverse epoche storiche, a partire dal 1200, vi sono accenni alla tipologia di vitigni coltivati in Veneto, ma bisognerà aspettare l'Unità d'Italia per avere un vero e proprio censimento dei vitigni presenti nel territorio regionale, grazie all'ottimo lavoro svolto dalle Commissioni Ampelografiche Provinciali.

La significativa rivoluzione delle tipologie di viti allevate in Regione avviene a partire dalla metà dell'800 con l'arrivo in Europa, dall'America delle ampelopatie che hanno cambiato per sempre la viticoltura europea.

Oidio, peronospora ed infine la fillossera hanno stravolto l'impostazione anche della viticoltura in Veneto.

Per ricostruire la viticoltura regionale, verso gli anni '20 la Scuola Enologica di Conegliano, iniziò a piantare una serie di vigneti sperimentali per verificare la validità di porta innesti e varietà alle condizioni venete.

I vitigni in prova erano quelli che davano i migliori risultati viticoli ed enologici nelle altre aree viticole italiane e straniere.

I risultati di questa sperimentazione hanno posto le basi per la piattaforma ampelografica che ha caratterizzato il Veneto fino a pochi anni fa, quando la crescente globalizzazione dei mercati ha portato ad un'ulteriore variazione dei vitigni coltivati, privilegiando i vitigni internazionali o i cloni delle varietà a più alto reddito.

Il recupero dei vecchi vitigni nel veneto.

Nel Veneto, un lavoro organico di ricerche bibliografiche e di recupero dei vecchi vitigni, ancora presenti nel territorio, iniziò nella seconda metà del 1970 ad opera dell'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano.

Questo importante progetto è diventato parte integrante di altre meritevoli iniziative che l'Istituto ha intrapreso con la collaborazione ed il supporto di appassionati e di alcuni tecnici degli Ispettorati Agrari.

Va inoltre ricordata la notevole opera di recupero dei vitigni padovani fatta, a partire dalla metà del 1960, dal Dr. Giuseppe Tocchetti, che ha poi fornito i materiali ritrovati all'Istituto Sperimentale per la Viticoltura.

Successivamente, il diffondersi della flavescenza dorata ha reso ancora più attuale il problema dell'erosione genetica e la necessita di intervenire recuperando quanto ancora possibile.

Di questo si è fatta carico la Regione del Veneto finanziando, sin dal 1997, un programma di intervento pluriennale per la moltiplicazione di materiale vegetativo non contaminato dal fitoplasma. 

Tra le attività previste dal programma rientra il "Recupero, la conservazione e la successiva moltiplicazione del patrimonio viticolo regionale, in particolare per le cultivar e i biotipi in via di estinzione", attività che è stata affidata a Veneto Agricoltura. 

Dalle descrizioni di viti riportate nei Registri Ampelografici di fine Ottocento, risultavano coltivate nelle varie province diverse centinaia di vitigni. 

Negli ultimi anni di lavoro sono stati reperiti e messi a dimora presso l'istituto Sperimentale per la Viticoltura e Veneto Agricoltura dei campi collezione, che al momento sono circa 140 che contengono viti di interesse locale o provinciale.

Principali vitigni autoctoni della Regione Veneto.

Il vitigno autoctono è una particolare varietà di vite utilizzata per la produzione di vino, coltivato e diffuso nella stessa zona storica di origine del vitigno stesso; trattasi quindi di un vitigno non trapiantato da altre aree.

Ogni vitigno autoctono presenta una sua caratteristica e una distintiva forma e colore del grappolo, del chicco e delle foglie e conferisce al vino, da esso ottenuto, alcune caratteristiche organolettiche ben precise e tipiche. La coltivazione, la riscoperta e la difesa di questi vitigni autoctoni quasi scomparsi dal panorama agricolo viene oggi intrapresa nell'ambito dello sviluppo dell'industria enologica verso la creazione di prodotti di qualità, a denominazione locale, in grado di combattere l'importazione di vini provenienti da altre regioni o aree del mondo ed anche a contrastare, se possibile, la commercializzazione di vini a basso costo e privi di specifiche proprietà organolettiche.

In Italia si contano circa 350 vitigni autoctoni registrati ufficialmente, e tutte le principali regioni agricole italiane, con produzione vinicola hanno un elenco di vitigni autoctoni locali.

Ecco una breve presentazione dei principali vitigni autoctoni della Regione del Veneto:

Bianchetta Trevigiana.

Vitigno di antichissima coltivazione nel Trevigiano, ma presente anche in altre aree viticole venete. Apprezzato già nel '600, ebbe notevole fortuna nel secolo successivo. 

Attualmente è ancora coltivato nel Trevigiano, nella zona dei Colli Asolani e nella zona di Fonzaso (BL).

Ceppi di Bianchetta, denominata in altri modi, sono stati trovati nel Vicentino e nel Padovano.

Viene usato spesso in abbinamento ad altri vitigni, quali ad esempio il Verdisio, per accompagnare la Glera nell'uvaggio del Prosecco.

Il Vitigno Boschera.

Questo vitigno è coltivato esclusivamente in Veneto, soprattutto nella provincia di Treviso nella zona di Vittorio Veneto, di cui è originario. 

Vitigno molto vigoroso, con produttività regolare. Poco sensibile alle principali ampelopatie e molto resistente alla botrite, tanto da adattarsi perfettamente all'appassimento. 

Si trova raramente in purezza ed entra nell'uvaggio del Torchiato di Fregona.

Il Vitigno Casetta.

Il vitigno Casetta è un autoctono della Vallagarina, situata tra le province di Trento e di Verona, e deriva sicuramente dall'addomesticazione di viti selvatiche.

Infatti uno dei suoi sinonimi è "Lambrusco a foglia tonda" che fa da contraltare all'"Enantio"o "Lambrusco a foglia frastagliata" diffuso nello stesso territorio.

Pare che il vitigno prenda il nome da una famiglia di Marani di Ala (TN), nota per coltivare questo vitigno nei suoi poderi. 

Il Casetta ha ceppi particolarmente longevi, e non è raro trovare piante produttive risalenti all'epoca immediatamente dopo la venuta della fillossera, ossia circa 70 anni fa.

Il Vitigno Cavrara.

Il vitigno Cavrara, o meglio le Cavrare sono riportate già all'inizio dell'800 nella zona dell'alto vicentino. All'inizio del secolo seguente le troviamo diffuse anche in Provincia di Padova e di Treviso. 

Dal secondo dopoguerra in poi la coltivazione di questi vitigni va via via scemando, soprattutto a causa della sua produttività incostante.

Oggi è in fase di estinzione, nonostante se ne ottengano vini con interessanti caratteristiche qualitative.

Il Vitigno Corbina.

Questo vitigno non va confuso con la Corvina, o meglio le "Corbine" non vanno confuse con le Corvine, per quanto sia in molti testi che online i due gruppi di vitigni vengono spesso accomunati.

Nel Registro Nazionale Varietà di Vite da Vino vengono citate la Corvina, il Corvinone e la Corbina come varietà a se stanti.

Nell'800 la Corbina (o Corbino) era diffusa in tutto il Veneto, e alla fine del secolo il Lampertico ne citava almeno nove varietà, suddivise in 3 gruppi.

Solo ai primi del '900 grazie al Marzotto, verrà fatta chiarezza tra Corbine e Corvine, ma la confusione oggi regna ancora sovrana.

Nel veronese all'epoca venivano coltivate ambedue le famiglie di vitigni, anche se le Corvine erano diffuse nei territori del Bardolino e della Valpolicella, mentre le Corbine si potevano trovare nella bassa veronese, nell'area di Legnago in particolare. Esse inoltre sono diffuse ancor oggi nelle province  di Vicenza, Padova e Treviso.

In seguito all'avvento della fillossera e alla conseguente distruzione dei vitigni del Veneto, il carattere ruvido e l'eccessiva colorazione delle Corbine ha fatto si che esse fossero escluse dalle varietà consigliate per i reimpianti, fatto che ha contribuito in maniera determinate al ridimensionamento nella coltivazione di questa varietà.  

Il Vitigno Corvina.

Questo vitigno ha origini poco chiare e si ritiene che sia originario della Valpolicella. Deve il suo nome con tutta probabilità all'intensa colorazione degli acini, molto scura, quasi nera.

La Corvina rientra nella composizione di uno dei più grandi vini italiani, l'Amarone della Valpolicella ed è diffusa in tutto il Veronese, ma è presente anche in Lombardia nella zona del Garda. 

Raramente è vinificato in purezza, ed entra in percentuali elevate nei vini della Valpolicella, Bardolino e Garda orientale.

Il Vitigno Corvinone.

In passato questo vitigno veniva erroneamente ritenuto un biotipo della Corvina, ma è solo nel 1993 che ha ottenuto una sua indipendenza rendendo ormai desueto il termine generalistico Corvine che veniva utilizzato per indicare questa famiglia di vini.

Il suo nome potrebbe provenire dal colore quasi nero che richiama il piumaggio del corvo, oppure da "corba", la cesta con cui veniva trasportata l'uva, appellativo che ritorna anche in vari sinonimi locali ("corbina").

Il Vitigno Dindarella.

E' un vitigno a bacca nera, presente nel Veronese, ma con diffusione molto limitata. Un'altro vitigno tipico della zona, la Pelara, è stato di recente classificato come biotipo del Dindarella

Presenta notevoli affinità con la Rondinella e un po' meno con la Corvina. Negli anni '70 l'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano effettuò un tentativo di recupero, a seguito del quale nel 1987 la Dindarella è stata ufficialmente iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

Il Vitigno Durella.

Il vitigno ha un'antica storia viticola: sembra che a Bolca, nel Veronese, siano state ritrovate alcune ampelidee fossili che si considerano antenate delle attuali viti. Il suo nome sembra che derivi dall'elevata durezza e resistenza dell'acino alle alterazioni. Nei primi decenni del '900 il vino "durello" si vinificava con macerazione delle parti solide e quindi si presentava acidulo, intensamente colorato e astringente, e si prestava quindi per aumentare il tenore acido di altri vini. Verso gli anni sessanta si passò alla vinificazione in bianco, ottenendo così un prodotto molto gradevole. Il suo palato caratteristico e l'elevata acidità lo rendono particolarmente adatto alla spumantizzazione. 

Il Vitigno Groppello Gentile.

Appartiene alla famiglia dei Groppelli, vitigni originari della zona che dal lago di Garda arriva fino alla Valle di Non in Trentino.

E'adatto alla preparazione di vini rosati e spesso le sottovarietà si trovano mescolate insieme.

Il suo nome deriva da groppo ("nodo" in dialetto veneto), in quanto gli acini di questa varietà sono strettamente stipati.

Il vitigno Groppello si trova prevalentemente in Veneto, in Trentino ed in Lombardia.

Il Vitigno Lagrein.

Vitigno autoctono dell'Alto Adige, è quasi certo che il suo nome derivi da Lagara, una colonia della Magna Grecia in cui si produceva un vino conosciuto come "Lagaritanos".

Fino al XVIII secolo con "Lagrein" di solito si indicava il Lagrein bianco, che è stato probabilmente fin dal Medioevo la più importante varietà nei dintorni di Bolzano.

Il Lagrein Rosso trova la prima citazione nel 1525. Di questo vitigno si conoscono due biotipi diversi per forma e dimensione del grappolo: Lagrein a grappolo corto e Lagrein a grappolo lungo.

Nel suo areale di coltivazione ci sono due tipologie di vino ottenuto da questo vitigno: rosato (Kretzer) e scuro (Dunkel). 

Il Vitigno Molinara.

Il vitigno Molinara è caratterizzato da un'abbondante presenza di pruina sugli acini.

E' a partire dal 1800 che questo vitigno viene coltivato nella Valpolicella e nella Valle d'Illasi ed in queste zone ha assunto diversi nomi come Rossara o Rossanella nella zona del Garda, o come Brepon in Valpantena e molte volte confusa con "Ua salà" (uva salata).

Il Vitigno Negrara.

Il vitigno Negrara identifica il gruppo verticale delle Negrare, diverse fra loro e coltivate nel Trentino Alto Adige e nel Veneto.

Il tipo più comune e caratteristico è la Negrara trentina

Esiste anche una Negrara o Negronza. che è diversa dalla cultivar trentina e risulta sia stata utilizzata in passato intorno a Verona.

Questi vitigni sono coltivati nella provincia di Verona, in particolare nella Valpolicella e lungo il lago di Garda, da cui si sono diffusi limitatamente in Lombardia e nel Trentino. 

Il Vitigno Oseleta.

E' diffuso nella zona della Valpolicella e dei Monti Lessini fin dai tempi antichi, e più recentemente rientrava nell'uvaggio del Recioto e dell'Amarone della Valpolicella.

E' un vitigno frutto di addomesticazione di uve selvatiche locali. Recuperato da un destino di abbandono sicuro, è stato via via riscoperto a partire dagli anni '70. 

Il suo nome deriva dal gradimento che gli uccelli mostrano verso le sue bacche.

Il Vitigno Pavana.

E' diffuso in molte località del Veneto e del Trentino. Il nome di questo vitigno deriva da una storpiatura di un riferimento alla sua origine, ossia "padovana".

Viene citato da alcuni autori, tra cui il Di Rovasenda, e il Molon e l'Acerbi a partire dalla fine dell'800.

Il Vitigno Pedevenda.

Le prime notizie sulla sua coltivazione risalgono al 1754, anno in cui Valerio Canati annovera "il grato Pedevenda" tra i vini famosi del territorio di Vicenza. 

Anche Acerbi nel 1825 e Zara nel 1901, parlano di questo vitigno citandolo il primo come Pexerenda e l'altro come Peverenda. 

Il suo utilizzo principale è per la produzione del famoso Torcolato, anche se in alcuni casi sono stati ottenuti vini secchi.

Il Vitigno Perera.

Conosciuto nella zona di Valdobbiadene anche come "Pevarise". Un tempo era molto presente in questa zona e particolarmente ricercato per la bontà delle sue bacche.

Il nome è dovuto probabilmente al gusto di pera della polpa dell'acino, oppure alla forma che richiama una pera rovesciata. 

Questo vitigno è stato particolarmente colpito dalla fillossera, tanto da essere praticamente scomparso. 

Riscoperto negli anni, è per lo più vinificato in uvaggio col Verdisio e la Glera nelle denominazioni DOC e DOCG di produzione del vino Prosecco.

Il Vitigno Pinella.

Questo vitigno presenta origini incerte. Sembra essere stato identificato per la prima volta in Friuli Venezia Giulia dove oggi è quasi scomparso. 

E' presente in Veneto, nel Padovano dove viene vinificato in genere in uvaggio con altre varietà locali per dare vini giovani, freschi e sapidi.

Il Vitigno Recantina.

Viene coltivato nella provincia di Treviso fin dall'antichità.

Più di recente, notizie di questo vitigno venivano riportate da diversi ampelografi, ma nell'epoca post - fillosserica se ne sono perse le tracce e oggi ne sopravvivono pochi filari nella zona del Montello, tanto che viene confuso con il Raboso.

Esistono due varietà di questo vitigno: la Recantina a pecolo (peduncolo) scuro e la Recantina a pecolo rosso.

Il Vitigno Rondinella.

Il vitigno è un autoctono veronese le cui origini rimangono oggi ancora sconosciute.

Riconosciuto dagli ampelografi soltanto alla fine dell'800 nell'area veronese, deve il suo nome al colore nero - bluastro dei suoi acini, che ricorda il piumaggio della rondine.

E' vinificato in uvaggio con le altre varietà della provincia di Verona, soprattutto in Valpolicella e nell'area di Bardolino.

Tali uvaggi sono alla base dei vini di Valpolicella e Bardolino, Amarone in primis.

Grazie alla sua capacità di accumulare zuccheri, il vitigno viene impiegato, oltre che nell'Amarone, anche nell'uvaggio del Recioto della Valpolicella

Il Vitigno Rossignola.

E' un vitigno autoctono della Provincia di Verona. Presente nelle zone del Bardolino e della Valpolicella, rientra nelle denominazioni principali presenti in quest'area. 

La sua presenza è stata riportata solo recentemente, all'inizio dell'800.

Il vitigno viene ritenuto adatto soprattutto alla produzione di rosati, essendo il suo vino di poco corpo, ragione per la quale la coltivazione è stata abbandonata.

Il Vitigno Turchetta.

E' autoctono del Veneto ed era un tempo molto diffuso sia nella provincia di Padova che nella zona del Polesano, cioè nella Provincia di Rovigo. 

Attualmente in via di estinzione, pochi produttori della bassa padovana e del Polesine stanno cercando di recuperarlo, anche grazie alle qualità viticole ed enologiche, che lo rendono interessante per la produzione di vini rossi di grande spessore.

Il Vitigno Verdisio.

Sembra essere originario della zona dei Colli Euganei, dove oggi non è più presente in modo significativo.

E' presente fin dall'inizio del '700 nella zona di Conegliano Valdobbiadene, dove a quei tempi venne preferito ad altre varietà grazie alla sua elevata produttività.

Oggi è ancora presente in zona e concorre agli uvaggi sia col Prosecco (Glera) che con altre varietà. 

La sua componente acida lo rende adatto all'appassimento, per questo viene utilizzato nella produzione dei Colli di Conegliano Torchiato di Fregona DOCG.

Il Vitigno Verduzzo Trevigiano.

Questo vitigno sembra sia stato introdotto in Veneto dalla Sardegna all'inizio del secolo scorso, anche se finora non si è riusciti a collegarlo ad alcuna delle varietà di vite dell'isola. 

Meno noto e meno diffuso del Verduzzo friulano, viene coltivato principalmente nelle province di Treviso e di Venezia. 

Questo vitigno si trova raramente vinificato in purezza.

Il Vitigno Vespaiola.

E' autoctono dell'area pedemontana dell'alto vicentino ed ha il suo riferimento nel paese di Breganze.

Le origini di questa varietà e l'epoca alla quale risalga la sua coltivazione rimangono molto incerte.

L'Acerbi segnala la sua presenza nella zona di Bassano e di Marostica nel 1825. Il suo nome è riferito alla predilezione delle vespe per le bacche mature e zuccherine nei periodi vicini alla vendemmia. 

In purezza questo vitigno è presente nelle DOC Breganze Vespaiolo e Torcolato. 

Il Vespaiolo è un vino secco e beverino, mentre il Torcolato è un passito di grande struttura ed intensità, per cui le uve vengono fatte appassire per qualche mese in grappoli appesi e annodati, da cui deriva il nome "torcolato" cioè ritorto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Prosecco patrimonio Unesco: la candidatura è ufficiale.

Pubblicato in Novità & Eventi

La candidatura delle colline del Prosecco all'inserimento nella lista dei patrimoni dell'umanità Unesco è ufficiale. 

La Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco, ha deciso di candidare le colline del Prosecco dove regna "un equilibrio inscindibile tra uomo e territorio rappresentato nelle tradizioni e nella letteratura del '900 e nelle citazioni del suo paesaggio in numerose produzioni pittoriche di maestri del Rinascimento Veneto."

Il processo di valutazione comincerà il 1° febbraio 2017 e il suo esito sarà comunicato entro il mese di luglio 2017. 

L'iter per la candidatura del Prosecco era stato avviato nel 2009 sotto il coordinamento del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Nell'ottobre 2010 l'Unesco decise di inserire il sito di Conegliano e Valdobbiadene nella lista propositiva nazionale. 

Dopo un lungo lavoro di analisi e di ricerca, nel marzo del 2015 il sito è stato iscritto nel Registro nazionale dei paesaggi rurali e tradizionali, elemento necessario per la candidatura nella lista dell'Unesco.

Il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha affermato di voler sostenere questa importante candidatura perché esprime con forza la capacità del Prosecco di valorizzare un territorio agricolo e promuovere l'Italia nel mondo. 

Uno degli elementi di forza nel dossier è dato proprio dalla positiva convivenza tra lavoro umano ed ecosistema. Con questa candidatura si vuole sostenere ancora di più il ruolo centrale dell'agricoltore nella salvaguardia della biodiversità del paesaggio rurale.

Sulle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene si estendono circa 5.000 ettari di vigneto su cui operano oltre 3.000 agricoltori, 20 poli museali, numerosi itinerari di interesse storico ed enogastronomico, tra cui la prima strada del vino inaugurata nel 1966. 

Sono 79,2 milioni le bottiglie di vino certificate come Docg, corrispondente a 593.798 ettolitri, prodotte nel 2014 in centinaia di unità produttive caratterizzate prevalentemente da piccole aziende agricole. 

 

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