Storia dei nomi dei vini - undicesimo episodio.

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TREBULANUM - Trebbiano, Cognac

Il Trebbiano è oggi uno dei vitigni più diffusi in Italia, tanto che il suo uvaggio contribuisce alla produzione di decine di vini, bianchi e rossi. Non solo: le sue uve sono così adattabili da riscuotere un ampio successo anche oltre frontiera, trasformando questo vitigno in un fenomeno internazionale.

Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia ci parla del Trebulanum facendo riferimento al vino prodotto nella zona casertana tra Pontelatone, Formicola, Castel di Sasso e Liberi, dove si trova la cittadina di Treglia, di origine sannitica e poi romana, conosciuta all'epoca come Trebula Balinienis, culla del Trebulanum.

La città sannitica di Trebula nasce come centro strategico di difesa di uno dei valichi tra l'Agro Alifano e quello Campano, cruciale per i collegamenti stradali tra Lazio, Campania e Sannio. Nella seconda guerra punica Trebula strinse un'alleanza con Annibale, ma nel 215 a.C. venne riconquistata da Fabio Massimo e soggiogata.

In un'epigrafe il consiglio municipale di Trebula viene ricordato come "Senatus Populusque Trebulanus" e, in un'altra iscrizione, come "Ordo Populusque Trebulanorum". 

Si tratta di indizi utili per risalire alle origini del nostro vino, intorno al quale aleggia un'altra tesi, che ne vorrebbe far derivare il nome dal sostantivo trebula ovvero "fattoria o casale".  Il termine indicherebbe perciò un vino bianco che oggi definiremo paesano o casareccio, prodotto nelle fattorie di campagna per l'uso e consumo dei contadini stessi.

Incerto anche il successo del Trebulanum nell'antica Roma. Secondo alcune testimonianze non era considerato di gran pregio e veniva bollato come il vino dei soldati, visto il grande successo che aveva presso l'esercito. 

L'antico Trebulanum è stato comunque così prolifico, nell'adattarsi a terre e climi anche molto complessi, da originare veri e propri fenomeni. Uno per tutti: il Cognac.

Fin dal 1909 un rigoroso disciplinare di produzione indica con precisione quali zone della Charente e della Charente Marittime sono autorizzate alla coltivazione dell'uva, nonchè le materie prime, le procedure di invecchiamento e i metodi produttivi senza i quali il distillato non potrà fregiarsi del titolo di Cognac.

Questo disciplinare fu introdotto per evitare le imitazioni di un liquido già celebre al mondo e così diffuso da rendere abituale, pressochè in ogni osteria, un caffè corretto al Cognac.

Insomma un business di dimensioni planetarie, tanto redditizio quanto decisivo per la sopravvivenza di un intero territorio: basti pensare che le viti destinate alla produzione del vino bianco indispensabile per approdare al famoso distillato, si estendono su 80.000 ettari e occupano almeno 50.000 addetti. 

Ma qual'è la vera storia del Cognac, e dove incrocia il Trebulanum? Risaliamo alle origini del Brandy e tutto ci sarà più chiaro. I padri di questa geniale invenzione commerciale furono gli olandesi. 

Abituati a frequentare la Francia Meridionale per la loro avida ricerca di vini, cacciati da una Bordeaux ormai trasformata in cantina d'Inghilterra, i commercianti cinquecenteschi di Amsterdam e Rotterdam furono all'epoca i protagonisti di un'autentica rivoluzione enologica. 

Stufi di acquistare a infimo prezzo il vino scadente dello Charente dai terreni piovosi e calcarei, piantati con vitigni di nessun pregio, gli olandesi si inventarono la distillazione regalando al mondo il "Brandewijn" o vino bruciato, più comunemente passato alla storia come Brandy.

Liquoroso, alcolico, caldo, e potente, nella migliore versione sarà questo il Cognac, purchè prodotto secondo disciplinare. Ovvero, quanto a uve, almeno al 90% con grappoli di Ugny Blanc. Nobile nome francese che altro non indica che il nostro Trebbiano, duttile vitigno capace anche nella Charente di ben resistere alle malattie e di produrre grandi quantità di semplice vino, dalla giusta acidità. 

E' questa, forse, l'ultima sorpresa di Roma Caput Vini. Si scrive Cognac, si legge Trebulanum. 

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Il Pinot Nero è in fermento.

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Pinot Nero che passione! Questo è forse l'unico vitigno internazionale che ha una schiera di fan, anche se da molti viene definito un vino al femminile ma non è così.

La capitale di questo vino è in Borgogna, con qualche appendice in Oregon, ma negli ultimi anni in Italia, persino nei luoghi più impensati, sono nate macchie di questo vitigno, non certo facile da coltivare e produrre.

All'inizio degli anni Settanta uno dei pionieri è stato Enrico Vallania (vigneto delle Terre Rosse), poi è comparso il Pinot Nero di Tenuta Bagnolo dei Marchesi Pancrazi, prodotto a seguito di un fortuito errore: il vivaista fornì, al posto del Sangiovese, le barbatelle di Pinot Nero.

Sempre a partire dagli anni Settanta nasce in Alto Adige, nel territorio di Mazzon, il fenomeno che più di ogni altro segna la storia di questo vino in Italia.

Nel tempo si sono affermati diversi produttori del territorio di Mazzon: in primis Gottardi, poi Carlotto, Brunnenhof, Maso Barthenau, Haas.  Nel territorio di Appiano Toscano, in Lunigiana, Garfagnana, Mugello e Casentino, sono fioriti diversi produttori di questo vino.

E se un nuovo squillo arrivasse anche dalle Dolomiti Bellunesi, magari a partire dal Pinot Nero dell'Azienda Agricola Pian delle Vette?

Il gastronauta Davide Paolini, colui che ha scelto di mangiare con la propria testa, capace di godere dei sapori più ruspanti non accontentandosi dei luoghi comuni culinari, conduttore radiofonico su Radio 24 con la trasmissione "il Gastronauta", nella puntata di sabato 20 maggio ha recensito il Pinot Nero annata 2012 - raffinatezza ed eleganza, medaglia d'oro al BeoWine Fire di Belgrado, prodotto dalla nostra Azienda Agricola Pian delle Vette, situata ai piedi delle Vette Feltrine nell'area del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Ascolta la sua recensione, cliccando sul seguente link:

Il Gastronauta - Trasmissione del 20 maggio 2017

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/il-gastronauta/puntate

 

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La storia dei nomi dei vini

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Il nome è un grande specchio, chinatevi ad osservarlo. Trovate riflessi la vita, l'uomo, le verità e gli inganni. Saper leggere un nome, vi farà stare un grandino più in alto nella contemplazione di una storia. 

Per esempio, l'origine del termine Legione, spiega come il Legere latino abbia un significato diverso dal Leggere in italiano. Raccogliere, adunare, arruolare: è questo il Legere della superpotenza che crea, arruola la Legione, strumento principe dell'espansione imperiale. Ed è proprio racchiuso nelle legioni romane il filo di questa nuova storia, che vi aiuta a scoprire come la civilizzazione di Roma Caput Vini non sia solo geneticamente scolpita nel DNA di un vitigno: da migliaia di anni questa epopea è immortalata anche nei nomi dei vini.

Come ormai ben sapete, nel 280 d.C. l'imperatore Marco Aurelio Probo cancella l'editto di Domiziano, sancisce la fine dei rifornimenti di vino con l'ingestibile trasporto di botti da Aquileia ai territori dove sono stanziate le legioni, fa selezionare un vitigno e lo affida alle legioni imponendo il suo impianto in sterminati territori sottoposti. 

Bandita da Domiziano, la coltivazione della vite è trasformata da Probo nello strumento per fissare i confini dell'impero e nell'attività operosa delle campagne in tempo di pace. Quando sale al potere Probo dispone di una massa d'urto di circa 450.000 uomini, divisi in 38 legioni. 

Sappiamo per certo che il nuovo imperatore di legioni ne creò almeno altre due. Sono almeno quaranta le legioni di Probo potenzialmente incaricate non solo di difendere l'impero e guerreggiare, ma anche di piantare e coltivare la vite. Un'opera immensa, della quale possiamo ricostruire le tracce precise anche attraverso i nomi di vini e vigneti

BURDIGALA E VITIS BITURCA

Bordeaux e Cabernet

Nel III secolo d.C. Burdigala è la capitale amministrativa dell'Aquitania romana: una delle tre parti nelle quali Giulio Cesare ha diviso la Gallia conquistata. In quest'epoca Decimo Magno Ausonio, uno degli uomini più colti dell'impero, descrive nell'Ordo urbium nobilium e in diverse altre opere le terre verdeggianti di vigne lungo il fiume, elogiando la città come un mirabile territorio di vino.

Gli impianti delle viti hanno a Burdigala un inizio molto complicato. L'area è infestata di paludi, ne il terreno ghiaioso inizialmente ispira i coloni romani, tutt'altro che convinti che in una regione più nordica e dal clima così ostile la vigna possa dare i suoi frutti migliori. Altrettanto complesso risulta il percorso militare e commerciale che i legionieri e le viti si aprono verso Burdigala: di fatto, il primo collegamento diretto fra il Mediterraneo e le spiagge dell'Atlantico.

Si deve a Roger Dion la descrizione dettagliata dell'itinerario denominato Seuil de Narouze, che mosse da Narbo (l'attuale Narbone, primo luogo di Francia dove i romani piantarono e coltivarono la vite) - per raggiungere Tolosa e quindi Agen, affacciandosi infine sull'impero orizzontale dell'Aquitania, allora popolata dai Galli originari dell'attuale regione di Bourges, denominati Bituriges Vivisques. 

E' questo il nome con il quale gli occupanti battezzarono la prima uva di Burdigala, che per secoli sarà Biturica e fonderà in un bimillenario matrimonio l'indissolubile rapporto tra Bordeaux - Burdigala e Cabernet Biturica. 

Quanto all'origine della vite di Burdigala, gli agronomi romani concordano nella descrizione di una vite importata, più robusta in quanto più adatta ai climi freddi. 

Per Columella, la Biturica proveniva dal porto di Durazzo; da li i romani avrebbero diffuso la Biturica in Aquitania e in Spagna, dove prese il nome di Cocolubis. Sull'ibrida culla insiste anche Plinio il Vecchio, che narra la Biturica come un incrocio tra una varietà importata dai romani e un vitigno selvaggio delle zone della penisola iberica.

Anche Columella, in tal senso, cita il vitigno denominato Balisca, coltivato in diverse province romane e in particolare nella zona della Rioja, molto vicino al Bordolese. 

SANGUIS IOVIS E MONS ILCINUS

Sangiovese e Montalcino. 

Per Giacomo Tachis, uno dei più autorevoli padri dell'enologia italiana, il Sangiovese sta all'Italia come il Cabernet sta alla Francia: sono vini che esprimono una forte identità viticola e vinicola di un Paese.

Entrambi affondano e confondono la propria storia con quella di Roma Caput Vini. Ai tempi dei romani i vini prodotti nelle zone della Romagna e della Toscana erano noti ed è latina l'origine del nome Sangiovese (da Sanguis Jovis), ovvero sangue di Giove, con tutta probabilità il vitigno che frutta nel cesenate il Curva Caesena citato da Plinio il Vecchio.

I romani giunsero nel territorio dell'attuale Romagna intorno al 250 a.C. Il console Emilio Lepido costruisce la via Emilia nel 187, possente fattore di sviluppo di scambi e commerci che influenza profondamente anche la viticoltura. 

Forum Livii oggi Forlì e Forum Popili poi Forlimpopoli saranno altrettante tappe del Sangiovese, insieme alla Cesena dei ricchi ritrovamenti di anfore e ad Ariminum, il porto di Rimini considerato allora la più importante base commerciale dell'Adriatico.

Meno prestigioso, almeno secondo quanto riferito da Marziale, il troppo abbondante vino liquidato dal poeta in due epigrammi: << A Ravenna preferirei possedere una cisterna piuttosto che una vigna: l'acqua la potrei vendere a un prezzo molto più alto>>.

Il percorso imboccato dal Sangiovese è diverso. Scavalcando l'Appenino, il vitigno trova in Toscana il suo territorio di eccellenza, poi scende ancora a sud per trasformarsi in uva simbolo della penisola con ben l'11% della superficie viticola nazionale.

Nel corso dei secoli il Sangiovese si è differenziato in numerosi cloni e diversi territori. In Toscana si distinguono due grandi famiglie: il Sangiovese grosso e il Sangiovese piccolo.

Espressione più alta del Sanguis Jovis. il nome del Brunello ritrova nella romanità un altro eco. I primi insediamenti fortificati dell'area di Montalcino risalgono all'epoca etrusca e ne sono ancora una testimonianza i resti dell'area archeologica di Poggio Civitella. 

Poi la romanitas battezzerà un monte coperto di verdi lecci in Mons Ilcinus. Così con il Sanguis Jovis di Mons Ilcinus, Roma Caput Vini genera uno dei più grandi vini d'Italia. 

 

 

 

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Heunisch, il padre dei vitigni europei.

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Nei primi anni del 2000, grazie ai marcatori molecolari e all'analisi del DNA, un equipe internazionale di scienziati è impegnata a ricostruire l'albero genealogico della vite in Europa: uno studio che abbraccia tutti i vitigni del continente. Più passano i mesi, più i ricercatori constatano stupiti la presenza genetica di un padre comune in una quantità imponente di odierni vitigni.

Il suo nome medievale, risalente al primo periodo post romano è Heunisch, in italiano Unno. Una parola che nella nostra lingua evoca l'invasione e il barbaro, ma la cui radice etimologica ha tutt'altro significato, perché Heunisch corrisponde in ceppo tedesco a "nostro". Questo primo indizio sul significato di questa parola conferma come le popolazioni dell'Europa orientale e settentrionale da lungo tempo avessero convissuto con quel vitigno, al punto da battezzarlo come il "nostro".

Successivamente questo vitigno assumerà con il passare del tempo nomi diversi per una mappatura genetica del tutto identica, e per un vitigno che nel Medioevo rappresenta da solo ben i tre quarti della viticoltura continentale.

La ragione del suo successo produttivo è legato a caratteristiche enologiche non particolarmente nobili.

L'Heurisch - Unno è molto produttivo ma poco zuccherino; fa grandi quantità ma non eccelsa qualità ed è un vitigno che si adatta a climi assai più rigidi rispetto al tepore mediterraneo.

Rappresenta, quindi, la pianta ideale per essere piantata ovunque. Caratteristiche così poco qualitative che presto portano ad assegnare ai successivi nomi dell'Heunisch un significato dispregiativo e ad indurre i viticoltori europei, man mano che affinano le proprie tecniche, a usare si questo vitigno ma ad incrociarlo con altri, in modo da abbandonare definitivamente un'uva di scarsa qualità a favore di frutti più significativi ed enologicamente più appaganti.

Non è certo casuale che dopo un Medioevo nel quale il "nostro" Heunisch rappresentava il 75% della viticoltura europea, nei secoli successivi sia sostituito da alcuni suoi figli come il Traminer, il Riesling e il Rulaender, nati dall'incrocio di questo vitigno con altri meno diffusi, meno conosciuti ma con l'andare del tempo rivelatesi qualitativamente interessanti.

Antropologi, archeologi, botanici e linguisti si sono mobilitati per rispondere a tre precise domande: da dove viene l'Heurisch, chi lo ha diffuso e perchè lo ha diffuso?

La moderna genetica individua il territorio di nascita di questo vitigno in un areale compreso tra la Stiria (l'odierno cuore verde dell'Austria), la Slovenia, la Croazia e l'Ungheria.

E' in quest'area che qualcuno selezionò il vitigno, affidandolo poi a delle mani misteriose che lo diffusero in ogni parte d'Europa. Quanto agli archeologi, inizialmente il loro contributo si rileva marginale, finché non appaiono due mappe.

La prima ricostruisce le tracce archeologiche della fabbricazione di botti nel continente europeo, stabilendo l'epoca storica di questi insediamenti. La seconda evidenzia tutti i luoghi dove si trovano lapidi funerarie, cippi o monumenti dedicati ai bottai in epoca romana. 

Sono proprio queste due mappe a fornire all'equipe una nozione storico - enologica tanto importante quanto precisa: vi è stato un momento nel quale i romani si resero conto che il vino prodotto nell'Italia centrale e meridionale non sarebbe stato sufficiente a rifornire l'esercito. Di qui la scelta di spostare il baricentro della viticoltura più a nord e di modificare le tipologie di trasporto del vino, passando dall'anfora alla più solida botte.

Dapprima i romani individuarono nell'area di Aquileia e nell'odierno Veneto il luogo ideale per coltivare uva, fare vino e trasportarlo. Le tracce delle botti dimostrano agli archeologi come da Adria ad Aquileia i nuovi contenitori partano alla volta del Danubio e del Reno, i due fiumi che le legioni sono chiamate a presidiare con forza. Poi, all'improvviso, questo flusso di botti si interrompe, queste spariscono e con loro anche i bottai. 

La distanza tra il luogo di produzione del vino e quello del suo consumo è diventata troppo ampia. Il costo e i tempi di rifornimento insostenibili. La stessa quantità di uva e vino prodotti sono inadeguati rispetto alle esigenze delle Legioni e dei rispettivi seguiti.

Un terzo indizio archeologico avrebbe forse consentito di risolvere il mistero anzitempo, ma distratti da una ricerca così ampia e documentata gli studiosi non lo mettono subito a fuoco: i più antichi falcetti agricoli, indispensabili all'impianto della vite, fanno la loro apparizione lungo il Reno e il Danubio negli anni successivi alla scomparsa dei grandi traffici di botti da Aquileia verso il nord.

Nonostante questa traccia, i genetisti non risolvono subito questo secondo quesito. Chi ha fisicamente piantato il vitigno Heurisch geneticamente rintracciato ai giorni nostri in quasi tutti i vitigni europei?

Inizialmente i ricercatori si concentrano sull'arrivo degli Unni di Attila nel 451, quando occuparono la francese Troyes. Ma possono i soli Unni aver imposto un uso così diffuso di un vitigno? Improbabile.

Si ragiona allora sulla migrazione degli Ungari nel 905 in Francia, e da li sulla probabile diffusione del vitigno nell'Europa Medioevale. Si tratta però di piste limitate rispetto alla possanza del fenomeno Herisch, sulle quali i ricercatori sono scivolati a metà della loro ricerca. Quando tuttavia si moltiplicano i ritrovamenti archeologici relativi all'uso di botti lungo il Danubio e il Reno, i sospetti cominciano a farsi largo. 

Sono gli storici a dare in questa fase un contributo prezioso. I testi di Cesare e Tacito confermano che in Germania non esisteva nessuna forma di viticoltura, ma un grande passo avanti nella ricostruzione del puzzle è dato dalla testimonianza di Dione Cassio, che certifica che intorno al 229 furono realizzati diversi impianti di vigneti lungo il Reno e il Danubio, per rifornire di vino le legioni e per rinsaldare la presenza di Roma.

A questo punto il mosaico comincia a comporsi e ad essere suffragato da prove incontrovertibili.

E' la storia a confermare il percorso di Marco Aurelio Probo, l'uomo che ha abolito l'editto di Domiziano e imposto l'impianto di viti in Europa. Con una sola mossa politica l'imperatore risolve il problema di un vino veneto la cui produzione è inadeguata per l'esercito; economizza tagliando il dispendioso trasporto da Aquileia sino ai confini più estremi, rendendo superflua la produzione delle botti destinate alle regioni più a nord dell'attuale Germania e agli avamposti più ad est dell'odierna Ungheria; consegna alle legioni la vite che rappresenta uno strumento di autosufficienza alimentare, un insediamento fisico indispensabile per definire i confini lungo i quali i legionari si devono attestare, un'attività agricola capace di integrare i soldati con le popolazioni soggiogate. 

Una mossa lungimirante, tutta racchiusa in una minuscola pianta. Dopo un altro anno di ricerche saranno gli archeologi a confermare di nuovo la svolta di Probo. Gli scavi, che sino alla sua epoca mostrano grande ricchezza di ritrovamenti di doghe con citazioni riferite al vino e che attestano il trasporto fluviale di vino prodotto in altri luoghi, lasciano a un tratto spazio al ritrovamento di ben altri oggetti, risalenti ad epoca di poco successiva. Dalla terra non emergono più tracce di botti e di legni, bensì solide Falces putatoriae.

E' sulla riva sinistra del Reno e sulla destra del Danubio, che gli scavi restituiscono le falci romane della coltivazione della vite, usate dalle comunità dei legionari - coloni. Il luogo preciso della selezione del vitigno delle legioni resta avvolto nel mistero: il crinale lungo il quale ciò accade non è più lungo di 300 Km, muovendo nel territorio che abbraccia parte dell'Austria e l'attuale Ungheria, passando proprio attraverso le terre natali di Probo. Sconcerta, per contro, la contemporaneità degli impianti fiorenti lungo il Danubio e il Reno e l'interruzione dei movimenti di botti dalla laguna veneta attraverso le Alpi.

Ancor più stupisce il radicamento in tutta Europa di un vitigno capace di dare grande quantità di vino e di maturazione precoce, adatto anche ai climi nordici, e la longevità di un vitigno che arriverà a produrre un'impressionante massa di liquido lungo tutto l'alto medio evo. 

Gli ultimi dettagli che sanciscono la clamorosa teoria, arrivano da ricerche parallele e interdisciplinari. Si scopre che già nel 278 d.C, nei primi vigneti piantati dalle legioni di Probo attorno a Vindobona (la Vienna che all'epoca già contava 20.000 abitanti) le varietà più importanti sono chiamate Heunischen.

Dalla Francia giunge l'esito di una ricerca che segnala come due anni dopo, è piantato nel lionese un vigneto denominato Monte d'Oro: il nome è identico a quello assegnato da Probo alle colline di vigneti che egli stesso volle impiantati nella sua città natale, la Sirmio Illirica. Identici nel nome e del tutto affini in termini genetici risultano infine essere i più antichi vigneti attorno alla città tedesca di Heidelberg.

Ovunque le Legioni piantano le viti con lo stesso vitigno. La possente macchina da guerra di Roma pianta più intensamente in Pannonia e lungo il Reno; con minore furia legionaria ma analoga intensità i romani piantano nella Gallia ormai soggiogata, dove invece si affermerà una pacifica e assai fruttuosa visione agricolo - commerciale del vino. E lo stesso accade in Britannia, nell'Iberia più calda e nei Balcani, nell'Italia del nord e nelle odierne Svizzera e Austria.

Ma ovunque, sempre e comunque le legioni di Probo ricoprono l'Europa di viti dell'Heunisch, l'Unno, il Nostro. Ora il suo mistero è svelato. Sappiamo da dove viene, chi lo ha piantato e perché lo fece. 

 

 

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Roma Capvt Vini "La sorprendente scoperta che cambia il mondo del vino".

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Roma è conosciuta in tutto il mondo per la sua storia, l'arte, la cultura, la politica oltre che per la sua centralità nella cristianità ma quasi nessuno conosce il suo primato in campo enologico.

Come tutte le grandi capitali, Roma è, da sempre, un importante mercato per il consumo di prodotti pregiati. La grande storia del vino è stata scritta dai Romani ed esportata poi nel resto d'Europa, spinti dalla loro irrefrenabile mania di espandersi e dominare.

Nei primi secoli dell'antica Roma il vino è una bevanda per ricchi patrizi. A partire dalla seconda metà del II secolo a.C., quando si diffonde il pane, anche il vino esplode, diventando presto fonte di nutrimento e piacere di massa. Nascono produttori, speculatori, grossisti e dettaglianti che accumulano capitali e fondano compagnie commerciali.

Diventa logico che a un certo punto qualche mercante sia colto dalla bramosia di passare dall'import all'export; e quale miglior strumento delle Legioni, dislocate in tutti gli angoli dell'Impero, per conquistare nuovi mercati?

Roma sceglie così la vite come coltivazione principale per i campi desolati delle colonie: uno strumento politico importante per esprimere la pax romana, per sposare in tempo di pace l'attività di una legione con la realtà agricola e sociale della terra occupata.

Poi, nel I secolo d.C., sale al potere Domiziano e, causa la carenza di grano, ordina l'espianto delle viti da tutte le provincie, inaugurando così un proibizionismo lungo duecento anni, fino a quando l'imperatore Marco Aurelio Probo abolisce questo editto puntando di nuovo sull'imperialismo viticolo, simbolo della volontà di durare in eterno.

Una scelta che cambierà per sempre la storia del vino fino ai nostri giorni.  

Giovanni Negri, giornalista e scrittore, nel suo libro Roma Capvt Vini "La sorprendente scoperta che cambia il mondo del vino" paragona la geniale scelta del vino e della vite come icona della magnificenza dell'Impero ad un'altra straordinaria bevanda simbolo della prima potenza mondiale, la Coca Cola.

Fu proprio durante la Seconda Guerra Mondiale che questa bevanda gassata fu portata in giro per il mondo dai marines. Ritenuta un importante strumento di pausa per i militari in guerra, presto si decisero di stanziare 64 linee di imbottigliamento nei vari fronti di combattimento perché all'esercito non mancasse mai la bevanda oggi simbolo dell'America.

Elisabetta Petrini, coautrice del libro, arricchisce ulteriormente questa importante ricostruzione della storia del vino italiano con un prezioso studio etimologico dei nomi dei principali vitigni, confermando senza alcun dubbio che Roma fu Caput Vini.

Il libro si conclude con un capitolo del professor Attilio Scienza che descrive il proprio studio sulla ricostruzione della storia del vino in Italia attraverso l'analisi del DNA di numerosi vitigni, arrivando alla conclusione che ben 78 vitigni europei hanno un progenitore in comune. Si tratta dell'Heunisch (in italiano "Unno"), quello che Probo con il suo editto decise d'impiantare ovunque.

Una parola che nella nostra lingua evoca l'invasione e il barbaro, ma cui radice etimologica ha tutt'altro significato, perchè Heunisch corrisponde in ceppo tedesco a << nostro>>.

Questo primo indizio sul significato di questa parola conferma come le popolazioni dell'Europa orientale e settentrionale da lungo tempo avessero convissuto con quel vitigno, al punto di battezzarlo come il nostro, un elemento consueto nella vita e nell'agricoltura attraverso i secoli.

Successivamente il vitigno con quel DNA assumerà con il passare del tempo nomi diversi, per una mappatura genetica, e per un vitigno che nel Medioevo rappresentava da solo ben i tre quarti della viticoltura continentale che disseta i popoli europei dall'Ungheria alla Gran Bretagna, dalla Germania alla Francia, dall'Italia alla Spagna.

Nel corso dei secoli questo vitigno sarà sottoposto a degli incroci con altri vitigni per migliorarne la sua qualità, dando vita alla gran parte dei vitigni moderni. 

Chardonnay, Riesling, Sauvignon, Ribolla e decine di altri celebrati vini e uve di oggi sono, secondo le analisi genetiche, nient'altro che i proponiti dell'unico vitigno impiantato quasi due mila anni fa dall'imperatore Probo.

In conclusione, Roma Capvt Vini è un libro che narra una storia davvero appassionante, basata su una sensazionale scoperta scientifica, che permette a chiunque di comprendere come il vino sia stato trasformato in mito ed icona dall'Impero Romano, con modalità simili a quelle che molti secoli dopo l'impero americano applicherà ad un'altra bevanda destinata ad incarnare una civiltà: la Coca Cola.

Un racconto a cavallo fra la scienza e la storia, per appurare definitivamente che Roma è stata Caput Vini. madre della stragrande maggioranza dei vini di oggi, italiani ed europei. 

Roma Capvt Vini - pag. 216 € 18,00.

Edizioni Mondadori.

Autori:

Giovanni Negri (giornalista, scrittore, produttore vinicolo nelle Langhe piemontesi, ex segretario del partito radicale ed ex parlamentare).

Elisabetta Petrini (laureata in scienze internazionali e diplomatiche all'Università di Bologna e in economia, istituzioni e finanza all'Università di Roma). 

 

 

 

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I principali vitigni coltivati in Italia.

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La vite in Italia è coltivata fin dal secondo millennio avanti Cristo e non c'è regione italiana che non abbia i suoi vigneti. Da nord a sud, in collina, in pianura, in montagna, persino sulle isole più piccole, la vite cresce rigogliosa.

Grazie alla sua conformazione geografica ed alla sua storia, l'Italia è il paese al mondo con la maggiore varietà di vitigni.

Cosa s'intende per "vitigno"?

Il termine vitigno indica una determinata varietà di Vitis Vinifera, atta a produrre vino che generalmente viene associata ad un territorio in cui è originaria o in cui è arrivata ad esprimere risultati significativi. 

I vitigni si possono distinguere per differenti forme e colori dei chicchi di uva, del grappolo e delle foglie, oltre che per differenti periodi di maturazione e soprattutto per le diverse caratteristiche organolettiche dei vini da essi ottenuti. 

In funzione del colore dell'acino si distinguono i seguenti vitigni:

  • a bacca nera (anche se il termine più corretto, dal punto di vista ampelografico, è di bacca rossa);
  • a banca bianca;
  • a bacca grigia

Per identificare un dato vitigno è necessaria prima di tutto un'accurata analisi e descrizione della forma delle foglie e dei frutti (grappoli); di questo si occupa l'ampelografia, disciplina che studia, identifica e classifica le varietà dei vitigni attraverso particolari schede ampelografiche che descrivono le caratteristiche dei vari organi della pianta nel corso delle diverse fasi di crescita.

La terminologia e le modalità d'impiego sono stabilite a livello internazionale. Tale studio sistematico ebbe inizio con l'agronomo latino Columella e si sviluppò con Pier dei Crescenzi nel XIII secolo e soprattutto con il Conte Odart che scrisse nel XIX secolo l'Ampelografia universale.

Oggi, a queste accurate descrizioni morfologiche, standardizzate dall'Organisation Internazionale de la Vigne et du vin si sono aggiunte le più accurate analisi del DNA. 

Numerosi vini vengono attualmente prodotti utilizzando una miscela di uve, per l'ammostamento, composte da differenti vitigni (uvaggio) oppure da una miscela di vini diversi per provenienza, invecchiamento o tipologia (taglio).

In Italia i vitigni più diffusi sono tra i rossi il Nebbiolo, il Sangiovese, la Barbera, il Primitivo ed il Montepulciano; tra i bianchi il Trebbiano, il Vermentino, la Vernaccia, il Moscato e la Malvasia.

Queste però sono le varietà di sicura origine italiana: molto diffusi e tra i primi posti della classifica anche gli onnipresenti vitigni internazionali. 

Tra i più famosi e diffusi nel mondo sono fra i rossi il Cabernet sauvignon, il Cabernet franc, il Merlot, il Pinot nero, lo Zinfandel e la Syrah; tra i bianchi il Sauvignon, lo Chardonnay, il Muscat ed il Riesling

Come si classificano i vitigni?

Una delle principali classificazioni dei vitigni avviene in base alla territorialità e alla loro origine storica.

A tal fine, in questo articolo si sentirà quindi parlare di:

  • Vitigni autoctoni: sono quelle uve che hanno un forte legame storico con il territorio dove vengono coltivate, il quale è molto limitato (una o due province al massimo). Ogni vitigno autoctono presenta una sua caratteristica e una distintiva forma e colore del grappolo, del chicco e delle foglie e conferisce al vino, da esso ottenuto, alcune caratteristiche organolettiche ben precise e tipiche.
  • Vitigni locali: sono vitigni diffusi in una zona più ampia della categoria precedente (più province e a volte anche un'intera regione) e che mantengono un forte legame storico con il territorio, ma magari si sono diffusi anche in zone diverse da quella originaria. 
  • Vitigni nazionali: sono uve originarie di una data regione che poi successivamente si sono diffuse in un'area molto più vasta del nostro Paese, fino talvolta a coinvolgere quasi tutta la Penisola fino a comprendere quasi tutto il territorio nazionale.
  • Vitigni internazionali: sono quei vitigni, spesso di origine francese, che si sono diffusi in tutto il mondo grazie alla loro versatilità e adattamento alle diverse condizioni ambientali. La loro fama e notorietà deriva dal fatto che il mercato mondiale del vino è stato inizialmente impostato dai produttori Francesi, anche se la realtà attuale è ben diversa fortunatamente. Questi vitigni danno origine a vini che, assieme alle caratteristiche varietali che li contraddistinguono, sommano delle caratteristiche tipiche del terroir nel quale vengono allevati. A loro volta queste possono derivare da fattori climatici o di composizione del terreno, oppure da fattori umani come la tradizione e le usanze in termini di coltivazione o processi enologici. 

I principali vitigni diffusi in Italia.

L'Italia è il paese europeo che offre la più ampia biodiversità viticola, quale risultato di antichi processi di domesticazione e di circolazione varietale. I vitigni che sono presenti nella nostra viticoltura, talvolta rappresentati solo da qualche esemplare, sono testimoni di una ricchezza che è in buona parte ancora sconosciuta dal punto di vista dell'utilizzazione viticola, che merita certamente di essere oggi valorizzata. 

Di seguito, riportiamo un elenco dei principali vitigni più diffusi e coltivati in Italia con una loro breve presentazione. 

ROSSI

Aleatico

E' un vitigno aromatico a bacca nera con un caratteristico colore blu - vermiglio. Predilige i terreni collinari, ben esposti e climi caldi e non ha un'abbondante produzione.

Il vitigno da vini di qualità sia secchi che dolci. Presenta un colore rubino, profumo intenso, fruttato e tendente alla confettura con la maturazione del vino nel corso degli anni. Al gusto è morbido, dolce e leggermente astringente. 

Cabernet Sauvignon

E' uno tra i vitigni più diffusi al mondo ed è particolarmente adatto per la produzione di vini di notevole qualità e grande longevità. La pianta manifesta capacità di adattamento alle più disparate condizioni climatiche e tecniche di vinificazione.

Da essa si producono vini ricchi di tannini e sostanze aromatiche che favoriscono un lungo invecchiamento; lunghe macerazioni e affinamento in legno che permettono di sviluppare nel tempo un bouquet complesso e affascinante. 

Il vitigno Cabernet Sauvignon predilige terreni poco fertili, maturazione tardiva e di produzione media ma costante.

Il vino è di colore rosso rubino intenso, tendente al violaceo, di corpo, alcolico, aromatico e con un lieve e caratteristico sapore erbaceo. Si affina notevolmente con l'invecchiamento, e vinificato con altri vitigni, quali il Merlot, ne migliora notevolmente le caratteristiche organolettiche. 

Merlot

E' un vitigno a bacca nera, il cui nome deriva dalla particolare predilezione che ha il merlo per le sue bacche.

La pianta ha robustezza notevole e produzione abbondante e costante, predilige i terreni collinari e freschi, con una buona umidità. L'uva Merlot produce un vino dal colore rosso rubino più o meno intenso, con aroma fruttato, e note di fiori rossi. Il sapore è abbastanza tannico, morbido e corposo.

Montepulciano.

E' un vitigno a bacca nera ed è di fatto l'emblema dei vitigni rossi del Centro - Italia, e a discapito del suo nome, non va collegato all'omonima località toscana.

Le migliori espressioni di questo vitigno si manifestano su terreni collinari argillosi con clima abbastanza caldo e asciutto, e spesso è utilizzato come uva da taglio per aumentare colore e corpo di altri vini.

La caratteristica principale di questo vino rosso sono i suoi profumi ampi ed intensi, eleganti e fruttati con note speziali, quali cannella, noce moscata e pepe nero.

Il colore è di un rubino profondo con riflessi violacei, tendente al granato dopo un lungo invecchiamento.

Al palato lo identificano la potenza, l'amarena, i frutti di bosco, ben accompagnata da un tannino, di trama fine ma ben strutturata, molto vigoroso e di lunga persistenza.

Nebbiolo.

E' il più antico vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, uno tra i più nobili e preziosi d'Italia.

Il suo nome deriverebbe da "nebbia": secondo alcuni perchè i suoi acini danno l'impressione di essere annebbiati, ricoperti dalla pruina abbondante; secondo altri, invece, perché la maturazione tardiva dell'uva spinge la vendemmia al sorgere delle prime nebbie d'autunno. 

Conosciuto anche come "la regina delle uve nere", ha bisogno di cure attente e laboriose, per questo motivo la sua coltivazione ha vissuto periodi di splendore e di offuscamento, ma non è mai stata abbandonata dai vitigni locali, consapevoli del pregio altissimo dei vini che se ne ricavano. 

E' molto esigente in fatto di giacitura ed esposizione al terreno, lavorazioni e concimazioni. I suoli calcarei e tufacei sono l'ideale per questo vitigno che germoglia precocemente tra la metà e la fine del mese di aprile.

Abbastanza sensibile agli sbalzi improvvisi di temperatura si avvantaggia delle oscillazioni tra giorno e notte in fase di maturazione ma la ricchezza dei tannini della sua buccia richiede posizioni collinari ben esposte al sole, preferibilmente tra i 200 e i 450 metri sul livello del mare.

I due vini principe prodotti con il Nebbiolo sono ovviamente il Barolo e il Barbaresco. Sempre in Piemonte altre denominazioni che impegnano il nebbiolo sono il Gattinara, il Roero, il Langhe DOC, il Ghemme, il Nebbiolo d'Alba, in purezza o in blend con altri vitigni. 

In generale i vini prodotti col Nebbiolo sono dotati di grandissima austerità, spessore e carattere grazie al grande patrimonio di zuccheri, acidi e polifenoli contenuti negli acini. 

I tannini sono potenti, ma grazie alle moderne tecniche di affinamento e maturazione e all'uso del legno, questi vengono ammorbiditi rendendo i vini apprezzati in tutto il mondo. 

Sangiovese.

Il Sangiovese cambia notevolmente le sue caratteristiche al variare dei climi e dell'altitudine in cui è coltivato.

Di produttività regolare, è un vitigno vigoroso a bacca nera che predilige terreni collinari di media o scarsa fertilità e asciutti.

Il vitigno produce un vino dal colore rosso rubino intenso fino al granato e, dopo un lungo invecchiamento, potrà assumere sfumature di tonalità aranciate. Tra gli aromi fruttati si distinguono prevalentemente i frutti rossi e neri, tra cui l'amarena, la mora e la prugna e inoltre si accompagnano aromi più floreali, in cui la violetta è il più caratteristico seguito dall'aroma di rosa. 

Di gusto tannico, corposo, aromatico, con un gradevole retrogusto amarognolo e fruttato.

BIANCHI

Chardonnay

E' un vitigno internazionale, di origine Francese. L'incredibile varietà di sue componenti aromatiche emerge in diversi modi; a seconda dei terreni e dei climi dov'è coltivato, si originano prodotti di qualità e di struttura molto diversi tra loro. La naturale predisposizione di questo vitigno a dare vini adatti all'affinamento in legno rende ancora più ampio il suo panorama degustativo.

Rientra nell'uvaggio dei migliori spumanti metodo classico del mondo e si presta anche ad essere assemblato con altri vitigni internazionali, dando ai vini struttura e profumi intensi e fruttati. 

E' un vitigno a bacca bianca di vigoria elevata, con produttività regolare e abbondante. Predilige i climi caldi, i terreni collinari e ventilati. La vendemmia è abbastanza precoce, nella prima decade di settembre. 

Dalle uve di Chardonnay si possono ottenere vini fermi, frizzanti o spumanti, con gradazione alcolica alta e acidità piuttosto elevata. Il colore del vino è giallo paglierino non particolarmente carico, il profumo, caratteristico, è delicato e fruttato, il sapore elegante e armonioso. Se invecchiato, assume note di frutta secca.

Glera

Vitigno autoctono semiaromatico a bacca bianca del Veneto e Friuli Venezia Giulia, chiamato Prosecco fino al luglio 2009 (oggi identifica il vino prodotto), è stato sostituito con il nome di Glera. 

Questo vitigno predilige terreni collinari non troppo asciutti, la foglia è medio grande pentagonale, il grappolo medio grande piramidale allungato piuttosto spargolo con due ali e con acini di un bel giallo dorato.

Il vino chiamato Prosecco è prodotto per l'85% con uve del vitigno Glera e per la restante percentuale da uve di vitigni quali il Verdisio, Pinot bianco, Pinot grigio e Chardonnay. 

Il Prosecco è conosciuto in tutto il mondo per le sue bollicine ed è lo spumante italiano più esportato; la spumantizzazione avviene con il metodo Charmat che permette di ottenere spumanti molto freschi e fruttati e il processo produttivo è più rapido rispetto al metodo Classico. 

La lavorazione di questo vitigno da vita alle DOCG "Conegliano Valdobbiadene Prosecco", "Colli Asolani - Prosecco", "Colli di Conegliano - Torchiato di Fregona Passito"

Il vino ha colore giallo paglierino brillante con persistente perlage, al naso è fruttato, floreale e vegetale di mela, pera, agrumi, crosta di pane e lieviti, al palato è secco o amabile, sapido e fresco.

Maceratino

Il vitigno viene coltivato da secoli nelle Marche e, in particolare, nel Maceratese, da cui ne deriva il suo nome.

Uva a bacca bianca, offre rese elevate e costanti e una notevole facilità di coltivazione grazie ad una sua estrema adattabilità sia alla natura del terreno che alle diverse condizioni ambientali di clima e di esposizione. 

La pianta da un vitigno giallo paglierino piuttosto pallido. Al naso appare solo lievemente profumato, mentre al palato è neutro, sapido, asciutto, con poco corpo.

Malvasia.

Con il nome Malvasia vengono indicati molti vitigni, la maggior parte a bacca bianca, geograficamente distribuiti un po' in tutta Italia. Sebbene di origini diverse, tutti questi vitigni condividono alcune caratteristiche di base quali la fragranza piccante di muschio e di albicocca e residui zuccherini piuttosto alti. 

Queste caratteristiche rendono i vitigni del gruppo delle Malvasie particolarmente adatti alla produzione di spumanti e di passiti. Il vitigno Malvasia ha abbondante robustezza e maturazione medio - tardiva.

Il vino è di colore giallo paglierino, sapido, con una buona acidità e lievemente aromatico. E' utilizzato anche per la produzione di Vin Santo.

Moscato Bianco

Il vitigno Moscato Bianco ha una produzione costante e tollera bene la siccità estiva. L'uva, raggiunta la sua maturazione, ha una dolcezza molto marcata e per questo motivo è soggetta ad attirare le vespe ed altri insetti. 

Il vino del vitigno è di colore giallo paglierino, intensamente aromatico, fragrante e muschiato al naso. Si presta bene sia all'appassimento che alla spumantizzazione, ma anche all'utilizzo come base per vini liquorosi.

Meno diffuso in Italia rispetto al Moscato Bianco, il Moscato Giallo è utilizzato sia come uva da tavola sia per la vinificazione per vini dolci spumanti o passiti, talvolta in versione secca come vino fermo.

Questo vitigno ha elevata vigoria, una maturazione precoce e una produzione buona e regolare. Il vino del Moscato Giallo ha un colore che varia dal giallo al giallo oro, al naso risulta gradevolmente aromatico, con un profumo di uva moscato e un sapore marcatamente dolce. Spesso presenta sfumature di agrumi e mele al forno. 

Passerina

Pianta autoctona del sud delle Marche, l'uva prodotta viene chiamata con vari nomi tra cui: "pagadebito, "campolese" o "uva passera".

L'uva passerina è resistente e produttiva, la sua maturazione è tardiva e i suoi acini, di colore bianco, si presentano di piccole dimensioni. Il vitigno da un vino di colore giallo paglierino con riflessi dorati. 

Al naso è fruttato con note di frutta tropicale e floreale con note di ginestra, pino ecc. E' provvisto di una buona acidità ed ha una polpa particolarmente gustosa. E' prodotta nelle versioni ferma, frizzante e passita.

Pecorino

Il vitigno è una pianta autoctona delle Marche, in particolare delle aree del Piceno. Predilige i climi freschi ed il suo nome deriva dal fatto che i luoghi in cui veniva coltivata erano collinari, gli stessi in cui era ampiamente diffusa la pastorizia. 

Vitigno a bacca bianca è di maturazione precoce. Dall'uva Pecorino si produce un vino dal colore giallo carico, con riflessi verdolini, con buona mineralità ed acidità, che vengono in parte nascoste dalla buona morbidezza. 

I profumi sono di pera William e anche al gusto abbiamo l'identico richiamo.

Pinot Grigio.

Appartiene al gruppo dei vitigni Internazionali, di origine francese ed ampiamente coltivati in Italia e in tutto il mondo. L'uva dà un vino di colore giallo paglierino con riflessi dorati se vinificato in bianco, diversamente se vinificato a contatto con le bucce assume il naturale tono aranciato. Al naso è lievemente profumato, fruttato, asciutto, alcolico, morbido, fresco, armonico ed equilibrato. 

Il gusto è gradevolmente morbido ma assume un sapore leggermente amarognolo se vinificato in ramato.

Non ha particolare predisposizione a lunghi affinamenti.

Trebbiano

E' una pianta caratterizzata più dalla produttività che dalla personalità, e anche grazie alla spiccata acidità che conferisce ai vini, si presta all'appassimento. 

Il vitigno Trebbiano ha una grande vigoria ed epoca di maturazione tardiva. La sua produttività è abbondante e regolare, predilige terreni non molto fertili e poco caldi, non siccitosi. 

L'uva da un vino giallo paglierino, non molto intenso al naso, non fortemente caratterizzato al palato, fresco per acidità, abbastanza caldo e di medio corpo.

Verdicchio.

E' un vitigno a bacca bianca coltivato quasi esclusivamente nelle Marche, sulle colline tra Jesi e Matelica.

La sua uva è utilizzata per produrre sia vini freschi, sia vini molto strutturati capaci di notevole longevità. 

Si presta particolarmente bene anche alla produzione di spumanti naturali e vini passiti. E' un vitigno piuttosto duttile, ha una maturazione medio - tardiva, una buona e costante produttività ed è adatto alle più diverse tecniche di allevamento e di vinificazione. 

Il vino prodotto è di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Al naso è fruttano, con note decise di mandorla amara. Al palato è fresco, sapido, di corpo, adatto anche a brevi invecchiamenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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