Storia dei nomi dei vini - parte seconda.

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Continua anche questa settimana la nostra rubrica informativa dedicata alla storia dei nomi dei vini, tratta dal libro Roma Capvt Vini "la sorprendente scoperta che cambia il mondo del vino.

Oggi vi parleremo dell'origine storica di due pregiati vini molto conosciuti ed apprezzati: il Riesling e il Traminer.

ARGITIS MINOR

Riesling. 

Solo un'ulteriore ricerca genetica potrà svelare l'enigma del Riesling, ma la soluzione sarà tutta romana. Per un verso il vino della Valle del Reno è geneticamente figlio di un incrocio fra l'Heunisch e un tipo di vite selvatica. 

Secondo altre analisi la Valle del Reno è lo straordinario habitat del vitigno romano Argitis Minor capace di esaltare tutte le proprie qualità solo in aree dal microclima più rigido di quello mediterraneo. 

Coltivato in Campania in epoca romana, sia Plinio nel libro IV della Naturalis Historia sia Columella nel libro III del De Agricoltura danno un'univoca opinione sulla possibile suddivisione dei vitigni coltivati nella regione, classificandoli in base alla qualità in tre specie:

  • Vitigni nobili: suddivisi in vitigni indigeni e importanti;
  • Vitigni che danno una buona produttività e una discreta qualità;
  • Vitigni di grande produttività e di scarsa qualità.

Non c'è da stupirsi che l'Argitis venga inserito in una qualità media, in quanto il territorio campano difficilmente può essere ritenuto adatto a questo vino che esprime le sue qualità migliori in zone abbastanza fredde.

Secondo alcuni celebri ampelografi il Riesling Italico altro non è, ancor oggi, che un fratello gemello del Welschriesling renano. Quanto all'insediamento dell'Argitis Minor e dell'Heunisch lungo il Reno e nella splendida valle della Mosella, è accertato che gli impianti viticoli risalgono all'epoca romana. 

Attorno al 280 d.C. a Treveri sulla Mosella, l'imperatore Marco Aurelio Probo fa impiantare le viti anche sulle più ripide colline. Un insediamento quello militare, civile e agricolo romano così rigoglioso da determinare un mutamento strutturale della stessa identità e della vita dell'impero romano. 

In tutta la valle i romani hanno lasciato monumenti che sono ancora oggi una testimonianza della loro civiltà. Il ritrovamento di una grande nave da trasporto fluviale ci mostra come il vino venisse prodotto non solo per il consumo del luogo, ma anche per il commercio di tutto l'impero.

TERMINUS

Traminer. 

E' questa la chiave di volta per comprendere l'utilizzo politico - militare della vite da parte di Roma Caput Vini. Se è l'impianto della vite il messaggio politico lanciato dall'occupazione romana ai popoli sottoposti, nella visione di Probo che rilancia la Sacra Vite un ruolo specifico decisivo - pienamente militare - è riservato all'impianto lungo i confini, sulle frontiere che devono contenere i barbari. 

Ecco l straordinaria importanza del terminus, del confine e del suo vitigno vagante: il Traminer, la cui presenza è segnalata fin dal Medioevo, ma è oggi riscoperta grazie alle moderne analisi genetiche lungo i confini di regioni decisive per la storia d'Europa. Confini, a volte distanti centinaia di chilometri come lo sono fra loro il Jura e il Tirolo meridionale, l'Alsazia e la Gallizia. 

Una caratteristica che non può essere solo una coincidenza: dalla regione dove si presume sia stato selezionato, la Svevia, il vitigno si è spostato in altri luoghi in seguito ai numerosi eventi politici e militari che hanno modificato i confini d'Europa negli ultimi 1000 anni. 

E con gli spostamenti risulta evidente che muta anche il nome del vitigno, che sarà diverso a seconda che l'occupante d'Alsazia sia francese o tedesco, che diventa Termeno nel Tirolo meridionale e fino al tardo medioevo in area culturale tedesca si chiamava Huntschem, nome dal quale derivano l'Heunisch o Gouasis, nome identico alle varietà portate dalla Pannonia dalle legioni di Probo sui confini orientali dell'impero romano, allora rappresentati dai fiumi Reno e Danubio.

Il ricercatore Aeberard nel 2005 ha ipotizzato che ancor oggi il Traminer si trovi dove i romani hanno portato la viticoltura: a occidente nel Jura, in Alsazia e nel Vallese, in Germania nel Palatinato e Svevia, a oriente in Pannonia, Austria e Boemia.

Non mancano tesi diverse sull'origine del nome Traminer. Qualcuno vorrebbe che nel monachesimo medievale, si fosse battezzato Der Aminee un vino pregiato come quello delle eccellenti uve Aminee, e che con il passare del tempo Der Aminee sia divenuto Traminer.

Ma quel che è certo è che con il latino terminus, in italiano "termine", i romani indicavano quei luoghi dove si arrestava la loro presenza nelle varie fasi dell'espansionismo militare.

Sono centinaia in Europa, ancor oggi, i toponimi che richiamano alla parola Terminus. I più numerosi, non casualmente, concentrati lungo la linea del Reno e in Franconia.  

 

 

 

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Heunisch, il padre dei vitigni europei.

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Nei primi anni del 2000, grazie ai marcatori molecolari e all'analisi del DNA, un equipe internazionale di scienziati è impegnata a ricostruire l'albero genealogico della vite in Europa: uno studio che abbraccia tutti i vitigni del continente. Più passano i mesi, più i ricercatori constatano stupiti la presenza genetica di un padre comune in una quantità imponente di odierni vitigni.

Il suo nome medievale, risalente al primo periodo post romano è Heunisch, in italiano Unno. Una parola che nella nostra lingua evoca l'invasione e il barbaro, ma la cui radice etimologica ha tutt'altro significato, perché Heunisch corrisponde in ceppo tedesco a "nostro". Questo primo indizio sul significato di questa parola conferma come le popolazioni dell'Europa orientale e settentrionale da lungo tempo avessero convissuto con quel vitigno, al punto da battezzarlo come il "nostro".

Successivamente questo vitigno assumerà con il passare del tempo nomi diversi per una mappatura genetica del tutto identica, e per un vitigno che nel Medioevo rappresenta da solo ben i tre quarti della viticoltura continentale.

La ragione del suo successo produttivo è legato a caratteristiche enologiche non particolarmente nobili.

L'Heurisch - Unno è molto produttivo ma poco zuccherino; fa grandi quantità ma non eccelsa qualità ed è un vitigno che si adatta a climi assai più rigidi rispetto al tepore mediterraneo.

Rappresenta, quindi, la pianta ideale per essere piantata ovunque. Caratteristiche così poco qualitative che presto portano ad assegnare ai successivi nomi dell'Heunisch un significato dispregiativo e ad indurre i viticoltori europei, man mano che affinano le proprie tecniche, a usare si questo vitigno ma ad incrociarlo con altri, in modo da abbandonare definitivamente un'uva di scarsa qualità a favore di frutti più significativi ed enologicamente più appaganti.

Non è certo casuale che dopo un Medioevo nel quale il "nostro" Heunisch rappresentava il 75% della viticoltura europea, nei secoli successivi sia sostituito da alcuni suoi figli come il Traminer, il Riesling e il Rulaender, nati dall'incrocio di questo vitigno con altri meno diffusi, meno conosciuti ma con l'andare del tempo rivelatesi qualitativamente interessanti.

Antropologi, archeologi, botanici e linguisti si sono mobilitati per rispondere a tre precise domande: da dove viene l'Heurisch, chi lo ha diffuso e perchè lo ha diffuso?

La moderna genetica individua il territorio di nascita di questo vitigno in un areale compreso tra la Stiria (l'odierno cuore verde dell'Austria), la Slovenia, la Croazia e l'Ungheria.

E' in quest'area che qualcuno selezionò il vitigno, affidandolo poi a delle mani misteriose che lo diffusero in ogni parte d'Europa. Quanto agli archeologi, inizialmente il loro contributo si rileva marginale, finché non appaiono due mappe.

La prima ricostruisce le tracce archeologiche della fabbricazione di botti nel continente europeo, stabilendo l'epoca storica di questi insediamenti. La seconda evidenzia tutti i luoghi dove si trovano lapidi funerarie, cippi o monumenti dedicati ai bottai in epoca romana. 

Sono proprio queste due mappe a fornire all'equipe una nozione storico - enologica tanto importante quanto precisa: vi è stato un momento nel quale i romani si resero conto che il vino prodotto nell'Italia centrale e meridionale non sarebbe stato sufficiente a rifornire l'esercito. Di qui la scelta di spostare il baricentro della viticoltura più a nord e di modificare le tipologie di trasporto del vino, passando dall'anfora alla più solida botte.

Dapprima i romani individuarono nell'area di Aquileia e nell'odierno Veneto il luogo ideale per coltivare uva, fare vino e trasportarlo. Le tracce delle botti dimostrano agli archeologi come da Adria ad Aquileia i nuovi contenitori partano alla volta del Danubio e del Reno, i due fiumi che le legioni sono chiamate a presidiare con forza. Poi, all'improvviso, questo flusso di botti si interrompe, queste spariscono e con loro anche i bottai. 

La distanza tra il luogo di produzione del vino e quello del suo consumo è diventata troppo ampia. Il costo e i tempi di rifornimento insostenibili. La stessa quantità di uva e vino prodotti sono inadeguati rispetto alle esigenze delle Legioni e dei rispettivi seguiti.

Un terzo indizio archeologico avrebbe forse consentito di risolvere il mistero anzitempo, ma distratti da una ricerca così ampia e documentata gli studiosi non lo mettono subito a fuoco: i più antichi falcetti agricoli, indispensabili all'impianto della vite, fanno la loro apparizione lungo il Reno e il Danubio negli anni successivi alla scomparsa dei grandi traffici di botti da Aquileia verso il nord.

Nonostante questa traccia, i genetisti non risolvono subito questo secondo quesito. Chi ha fisicamente piantato il vitigno Heurisch geneticamente rintracciato ai giorni nostri in quasi tutti i vitigni europei?

Inizialmente i ricercatori si concentrano sull'arrivo degli Unni di Attila nel 451, quando occuparono la francese Troyes. Ma possono i soli Unni aver imposto un uso così diffuso di un vitigno? Improbabile.

Si ragiona allora sulla migrazione degli Ungari nel 905 in Francia, e da li sulla probabile diffusione del vitigno nell'Europa Medioevale. Si tratta però di piste limitate rispetto alla possanza del fenomeno Herisch, sulle quali i ricercatori sono scivolati a metà della loro ricerca. Quando tuttavia si moltiplicano i ritrovamenti archeologici relativi all'uso di botti lungo il Danubio e il Reno, i sospetti cominciano a farsi largo. 

Sono gli storici a dare in questa fase un contributo prezioso. I testi di Cesare e Tacito confermano che in Germania non esisteva nessuna forma di viticoltura, ma un grande passo avanti nella ricostruzione del puzzle è dato dalla testimonianza di Dione Cassio, che certifica che intorno al 229 furono realizzati diversi impianti di vigneti lungo il Reno e il Danubio, per rifornire di vino le legioni e per rinsaldare la presenza di Roma.

A questo punto il mosaico comincia a comporsi e ad essere suffragato da prove incontrovertibili.

E' la storia a confermare il percorso di Marco Aurelio Probo, l'uomo che ha abolito l'editto di Domiziano e imposto l'impianto di viti in Europa. Con una sola mossa politica l'imperatore risolve il problema di un vino veneto la cui produzione è inadeguata per l'esercito; economizza tagliando il dispendioso trasporto da Aquileia sino ai confini più estremi, rendendo superflua la produzione delle botti destinate alle regioni più a nord dell'attuale Germania e agli avamposti più ad est dell'odierna Ungheria; consegna alle legioni la vite che rappresenta uno strumento di autosufficienza alimentare, un insediamento fisico indispensabile per definire i confini lungo i quali i legionari si devono attestare, un'attività agricola capace di integrare i soldati con le popolazioni soggiogate. 

Una mossa lungimirante, tutta racchiusa in una minuscola pianta. Dopo un altro anno di ricerche saranno gli archeologi a confermare di nuovo la svolta di Probo. Gli scavi, che sino alla sua epoca mostrano grande ricchezza di ritrovamenti di doghe con citazioni riferite al vino e che attestano il trasporto fluviale di vino prodotto in altri luoghi, lasciano a un tratto spazio al ritrovamento di ben altri oggetti, risalenti ad epoca di poco successiva. Dalla terra non emergono più tracce di botti e di legni, bensì solide Falces putatoriae.

E' sulla riva sinistra del Reno e sulla destra del Danubio, che gli scavi restituiscono le falci romane della coltivazione della vite, usate dalle comunità dei legionari - coloni. Il luogo preciso della selezione del vitigno delle legioni resta avvolto nel mistero: il crinale lungo il quale ciò accade non è più lungo di 300 Km, muovendo nel territorio che abbraccia parte dell'Austria e l'attuale Ungheria, passando proprio attraverso le terre natali di Probo. Sconcerta, per contro, la contemporaneità degli impianti fiorenti lungo il Danubio e il Reno e l'interruzione dei movimenti di botti dalla laguna veneta attraverso le Alpi.

Ancor più stupisce il radicamento in tutta Europa di un vitigno capace di dare grande quantità di vino e di maturazione precoce, adatto anche ai climi nordici, e la longevità di un vitigno che arriverà a produrre un'impressionante massa di liquido lungo tutto l'alto medio evo. 

Gli ultimi dettagli che sanciscono la clamorosa teoria, arrivano da ricerche parallele e interdisciplinari. Si scopre che già nel 278 d.C, nei primi vigneti piantati dalle legioni di Probo attorno a Vindobona (la Vienna che all'epoca già contava 20.000 abitanti) le varietà più importanti sono chiamate Heunischen.

Dalla Francia giunge l'esito di una ricerca che segnala come due anni dopo, è piantato nel lionese un vigneto denominato Monte d'Oro: il nome è identico a quello assegnato da Probo alle colline di vigneti che egli stesso volle impiantati nella sua città natale, la Sirmio Illirica. Identici nel nome e del tutto affini in termini genetici risultano infine essere i più antichi vigneti attorno alla città tedesca di Heidelberg.

Ovunque le Legioni piantano le viti con lo stesso vitigno. La possente macchina da guerra di Roma pianta più intensamente in Pannonia e lungo il Reno; con minore furia legionaria ma analoga intensità i romani piantano nella Gallia ormai soggiogata, dove invece si affermerà una pacifica e assai fruttuosa visione agricolo - commerciale del vino. E lo stesso accade in Britannia, nell'Iberia più calda e nei Balcani, nell'Italia del nord e nelle odierne Svizzera e Austria.

Ma ovunque, sempre e comunque le legioni di Probo ricoprono l'Europa di viti dell'Heunisch, l'Unno, il Nostro. Ora il suo mistero è svelato. Sappiamo da dove viene, chi lo ha piantato e perché lo fece. 

 

 

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I "Vini Pian delle Vette" protagonisti al FuoriSalone di Milano.

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Grazie all'occhialeria Luxol, nata nel 1969 dalla passione di una famiglia nel cuore del Distretto Industriale dell'Occhiale a Lozzo di Cadore, Pian delle Vette sarà quest'anno presente al FuoriSalone 2017, manifestazione clou che si svolge ogni anno a Milano in concomitanza al Salone del Mobile, in scena nei padiglioni di RHO Fiera nel mese di aprile.

Il FuoriSalone nasce come iniziativa autonoma da parte delle aziende che operano nel settore dell'arredamento e del design industriale nei primi anni 80.

Con il passare del tempo, l'evento si è esteso a molti altri settori affini, tra cui l'auto motive, tecnologia, arte, moda e food.

Martedì 4 aprile è iniziata ufficialmente la Design Week, 6 giorni non stop di eventi che coinvolgeranno tutta la città.

In concomitanza con lo svolgimento del Salone del Mobile le vie del centro di Milano si stanno sempre più animando di mostre, presentazioni di nuovi brand e prodotti, installazioni e allestimenti vari, ma anche tanti party ed eventi.

Proprio in questi giorni l'occhialeria Luxol è impegnata nell'esposizione a Tortona, presso COOL HUNTER Italy Temporary Space, delle collezioni del suo neonato brand di occhiali da sole denominato T(eye)M.

Le nuove creazioni rappresentano una rivisitazione creativa e di design che accosta gli stili tipici degli anni passati a materiali sempre più all'avanguardia e di ultima generazione.

Nella giornata di domenica 9 aprile alle ore 17:30, presso lo spazio dedicato al brand T-eye - M, verrà organizzato "Icons Party", un esclusivo aperitivo che svelerà al pubblico le grandi icone del passato che hanno ispirato l'ideazione e lo sviluppo delle prime collezioni T (eye)M.

Per il brindisi di benvenuto al party, l'occhialeria Luxol ha scelto di affidarsi al vino MULLER THURGAU, Frizzante a rifermentazione in bottiglia come tradizione vuole, dal profumo intenso ed aromatico che ricorda la rosa, la pesca e l'albicocca, a cui seguono note leggere di pane e lievito, prodotto dall'Azienda Agricola Pian delle Vette di Feltre, eccellenza vinicola nelle Dolomiti Bellunesi.

L'Azienda, nata all'inizio del 2000 grazie ad un finanziamento Interreg, è stata acquisita l'8 giugno 2016 dai due imprenditori feltrini Egidio D'Incà e Walter Lira, che l'hanno saputa rilanciare come produzione e marchio.

Ciò che accomuna i due imprenditori è la passione per il proprio territorio e il desiderio di creare un modello esemplare di agricoltura, puntando sulla qualità rispettando l'ambiente

Il vigneto e la cantina si trovano a Vignui, su questi terroir crescono le bacche rosse tipo Teroldego, Gamaret e Diolioner, oltre al Pinot Nero, le bacche bianche Chardonnay, Muller Thurgau e Traminer.

Quattro di queste varietà fanno parte dell'Igt Dolomiti (Pinot Nero, Teroldego, Muller e Traminer); dal 2009 viene prodotto uno spumante metodo classico (Pinot Nero / Chardonnay 50/50) millesimato che rimane a riposo sui lieviti per 72 mesi.

Due prestigiosi risultati hanno recentemente incoronato un'eredità degna del nuovo cambio di gestione: in occasione della partecipazione al BeoWine Fair di Belgrado (la più grande fiera del settore vitivinicolo del Sud Est Europa), l'Azienda Agricola Pian delle Vette si è vista consegnare una medaglia d'oro per il Pinot Nero 2012 e una d'argento per il GranPasso del 2010. 

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Vini "Pian delle Vette" doppio premio a Belgrado.

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Medaglia d'Oro per il Pinot Nero del 2012 e argento per il Gran Passo del 2010. I soci D'Incà e Lira: << Si può fare agricoltura di qualità rispettando il territorio. >>

Egidio D'Incà e Walter Lira non potevano sapere che dentro alle botti e alle bottiglie marcate "Pian delle Vette" si nascondesse un gioiello della produzione vitivinicola feltrina.

Hanno dovuto aspettare di partecipare al "BeoWine Fair" di Belgrado (la più grande fiera del settore del Sud Est Europa, che si è svolta dal 23 al 26 febbraio nella 39esima Fiera Internazionale del Turismo) assieme ad altri 150 espositori per vedersi consegnare una medaglia d'oro per il Pinot Nero 2012 e una d'argento per il Gran Passo del 2010.

Due risultati eccezionali che incoronano un'eredità degna del cambio di gestione. L'azienda ha concorso con altre due venete (otto le italiane in tutto) che sono state portate in Serbia dal Consorzio "Italia diVini & Sapori).

"BeoWine Competition è il consorzio di valutazione dei vini più importante che si svolge in Serbia ormai da oltre un decennio. Più di 200 vini provenienti da diversi Paesi dei Balcani e, quest'anno per la prima volta, anche dall'Italia. 

La competizione si è svolta a Belgrado il 18 e il 19 febbraio. I due imprenditori feltrini hanno acquisito l'azienda vincente l'8 giugno dello scorso anno dopo un periodo di crisi produttiva (era nata all'inizio del Duemila grazie a un finanziamento Interreg), e l'hanno rilanciata come produzione e marchio.

L'estensione dei terreni che si trovano a Vignui è pari a due ettari e mezzo su cui crescono le bacche rosse tipo Teroldego, Gamaret e Diolinoer, oltre al Pinot Nero, le bacche bianche Chardonnay, Muller Turgau e Traminer, più la Bianchetta che è l'unica varietà autoctona coltivata. Tutti vitigni che si prestano molto bene in montagna.

Quattro di queste varietà fanno parte dell'Igt Dolomiti (Pinot Nero, Teroldego Muller e Traminer), mentre dal 2013 il vino spumante è Doc Serenissima.

La produzione è di 45 quintali per ettaro, un valore medio buono perché meno produzione non significa meno qualità. L'intensivo è un termine bandito visto che i trattamenti fitosanitari annui sono una decina, poco meno:   << Ci accomuna la passione per il nostro territorio e la voglia di creare un modello esemplare >>, afferma D'Incà, già noto per altre operazioni lungimiranti come il lancio del marchio "Nocciola Mestega delle Dolomiti", << siamo convinti che si può fare agricoltura puntando di più sulla qualità, e di questo devono accorgersi anche i ristoratori bellunesi. >>

Fonte: Corriere delle Alpi - 09 marzo 2017 (Francesca Valente) 

 

 

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Prosecco patrimonio Unesco: la candidatura è ufficiale.

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La candidatura delle colline del Prosecco all'inserimento nella lista dei patrimoni dell'umanità Unesco è ufficiale. 

La Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco, ha deciso di candidare le colline del Prosecco dove regna "un equilibrio inscindibile tra uomo e territorio rappresentato nelle tradizioni e nella letteratura del '900 e nelle citazioni del suo paesaggio in numerose produzioni pittoriche di maestri del Rinascimento Veneto."

Il processo di valutazione comincerà il 1° febbraio 2017 e il suo esito sarà comunicato entro il mese di luglio 2017. 

L'iter per la candidatura del Prosecco era stato avviato nel 2009 sotto il coordinamento del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Nell'ottobre 2010 l'Unesco decise di inserire il sito di Conegliano e Valdobbiadene nella lista propositiva nazionale. 

Dopo un lungo lavoro di analisi e di ricerca, nel marzo del 2015 il sito è stato iscritto nel Registro nazionale dei paesaggi rurali e tradizionali, elemento necessario per la candidatura nella lista dell'Unesco.

Il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha affermato di voler sostenere questa importante candidatura perché esprime con forza la capacità del Prosecco di valorizzare un territorio agricolo e promuovere l'Italia nel mondo. 

Uno degli elementi di forza nel dossier è dato proprio dalla positiva convivenza tra lavoro umano ed ecosistema. Con questa candidatura si vuole sostenere ancora di più il ruolo centrale dell'agricoltore nella salvaguardia della biodiversità del paesaggio rurale.

Sulle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene si estendono circa 5.000 ettari di vigneto su cui operano oltre 3.000 agricoltori, 20 poli museali, numerosi itinerari di interesse storico ed enogastronomico, tra cui la prima strada del vino inaugurata nel 1966. 

Sono 79,2 milioni le bottiglie di vino certificate come Docg, corrispondente a 593.798 ettolitri, prodotte nel 2014 in centinaia di unità produttive caratterizzate prevalentemente da piccole aziende agricole. 

 

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