La storia dei nomi dei vini

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Il nome è un grande specchio, chinatevi ad osservarlo. Trovate riflessi la vita, l'uomo, le verità e gli inganni. Saper leggere un nome, vi farà stare un grandino più in alto nella contemplazione di una storia. 

Per esempio, l'origine del termine Legione, spiega come il Legere latino abbia un significato diverso dal Leggere in italiano. Raccogliere, adunare, arruolare: è questo il Legere della superpotenza che crea, arruola la Legione, strumento principe dell'espansione imperiale. Ed è proprio racchiuso nelle legioni romane il filo di questa nuova storia, che vi aiuta a scoprire come la civilizzazione di Roma Caput Vini non sia solo geneticamente scolpita nel DNA di un vitigno: da migliaia di anni questa epopea è immortalata anche nei nomi dei vini.

Come ormai ben sapete, nel 280 d.C. l'imperatore Marco Aurelio Probo cancella l'editto di Domiziano, sancisce la fine dei rifornimenti di vino con l'ingestibile trasporto di botti da Aquileia ai territori dove sono stanziate le legioni, fa selezionare un vitigno e lo affida alle legioni imponendo il suo impianto in sterminati territori sottoposti. 

Bandita da Domiziano, la coltivazione della vite è trasformata da Probo nello strumento per fissare i confini dell'impero e nell'attività operosa delle campagne in tempo di pace. Quando sale al potere Probo dispone di una massa d'urto di circa 450.000 uomini, divisi in 38 legioni. 

Sappiamo per certo che il nuovo imperatore di legioni ne creò almeno altre due. Sono almeno quaranta le legioni di Probo potenzialmente incaricate non solo di difendere l'impero e guerreggiare, ma anche di piantare e coltivare la vite. Un'opera immensa, della quale possiamo ricostruire le tracce precise anche attraverso i nomi di vini e vigneti

BURDIGALA E VITIS BITURCA

Bordeaux e Cabernet

Nel III secolo d.C. Burdigala è la capitale amministrativa dell'Aquitania romana: una delle tre parti nelle quali Giulio Cesare ha diviso la Gallia conquistata. In quest'epoca Decimo Magno Ausonio, uno degli uomini più colti dell'impero, descrive nell'Ordo urbium nobilium e in diverse altre opere le terre verdeggianti di vigne lungo il fiume, elogiando la città come un mirabile territorio di vino.

Gli impianti delle viti hanno a Burdigala un inizio molto complicato. L'area è infestata di paludi, ne il terreno ghiaioso inizialmente ispira i coloni romani, tutt'altro che convinti che in una regione più nordica e dal clima così ostile la vigna possa dare i suoi frutti migliori. Altrettanto complesso risulta il percorso militare e commerciale che i legionieri e le viti si aprono verso Burdigala: di fatto, il primo collegamento diretto fra il Mediterraneo e le spiagge dell'Atlantico.

Si deve a Roger Dion la descrizione dettagliata dell'itinerario denominato Seuil de Narouze, che mosse da Narbo (l'attuale Narbone, primo luogo di Francia dove i romani piantarono e coltivarono la vite) - per raggiungere Tolosa e quindi Agen, affacciandosi infine sull'impero orizzontale dell'Aquitania, allora popolata dai Galli originari dell'attuale regione di Bourges, denominati Bituriges Vivisques. 

E' questo il nome con il quale gli occupanti battezzarono la prima uva di Burdigala, che per secoli sarà Biturica e fonderà in un bimillenario matrimonio l'indissolubile rapporto tra Bordeaux - Burdigala e Cabernet Biturica. 

Quanto all'origine della vite di Burdigala, gli agronomi romani concordano nella descrizione di una vite importata, più robusta in quanto più adatta ai climi freddi. 

Per Columella, la Biturica proveniva dal porto di Durazzo; da li i romani avrebbero diffuso la Biturica in Aquitania e in Spagna, dove prese il nome di Cocolubis. Sull'ibrida culla insiste anche Plinio il Vecchio, che narra la Biturica come un incrocio tra una varietà importata dai romani e un vitigno selvaggio delle zone della penisola iberica.

Anche Columella, in tal senso, cita il vitigno denominato Balisca, coltivato in diverse province romane e in particolare nella zona della Rioja, molto vicino al Bordolese. 

SANGUIS IOVIS E MONS ILCINUS

Sangiovese e Montalcino. 

Per Giacomo Tachis, uno dei più autorevoli padri dell'enologia italiana, il Sangiovese sta all'Italia come il Cabernet sta alla Francia: sono vini che esprimono una forte identità viticola e vinicola di un Paese.

Entrambi affondano e confondono la propria storia con quella di Roma Caput Vini. Ai tempi dei romani i vini prodotti nelle zone della Romagna e della Toscana erano noti ed è latina l'origine del nome Sangiovese (da Sanguis Jovis), ovvero sangue di Giove, con tutta probabilità il vitigno che frutta nel cesenate il Curva Caesena citato da Plinio il Vecchio.

I romani giunsero nel territorio dell'attuale Romagna intorno al 250 a.C. Il console Emilio Lepido costruisce la via Emilia nel 187, possente fattore di sviluppo di scambi e commerci che influenza profondamente anche la viticoltura. 

Forum Livii oggi Forlì e Forum Popili poi Forlimpopoli saranno altrettante tappe del Sangiovese, insieme alla Cesena dei ricchi ritrovamenti di anfore e ad Ariminum, il porto di Rimini considerato allora la più importante base commerciale dell'Adriatico.

Meno prestigioso, almeno secondo quanto riferito da Marziale, il troppo abbondante vino liquidato dal poeta in due epigrammi: << A Ravenna preferirei possedere una cisterna piuttosto che una vigna: l'acqua la potrei vendere a un prezzo molto più alto>>.

Il percorso imboccato dal Sangiovese è diverso. Scavalcando l'Appenino, il vitigno trova in Toscana il suo territorio di eccellenza, poi scende ancora a sud per trasformarsi in uva simbolo della penisola con ben l'11% della superficie viticola nazionale.

Nel corso dei secoli il Sangiovese si è differenziato in numerosi cloni e diversi territori. In Toscana si distinguono due grandi famiglie: il Sangiovese grosso e il Sangiovese piccolo.

Espressione più alta del Sanguis Jovis. il nome del Brunello ritrova nella romanità un altro eco. I primi insediamenti fortificati dell'area di Montalcino risalgono all'epoca etrusca e ne sono ancora una testimonianza i resti dell'area archeologica di Poggio Civitella. 

Poi la romanitas battezzerà un monte coperto di verdi lecci in Mons Ilcinus. Così con il Sanguis Jovis di Mons Ilcinus, Roma Caput Vini genera uno dei più grandi vini d'Italia. 

 

 

 

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Heunisch, il padre dei vitigni europei.

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Nei primi anni del 2000, grazie ai marcatori molecolari e all'analisi del DNA, un equipe internazionale di scienziati è impegnata a ricostruire l'albero genealogico della vite in Europa: uno studio che abbraccia tutti i vitigni del continente. Più passano i mesi, più i ricercatori constatano stupiti la presenza genetica di un padre comune in una quantità imponente di odierni vitigni.

Il suo nome medievale, risalente al primo periodo post romano è Heunisch, in italiano Unno. Una parola che nella nostra lingua evoca l'invasione e il barbaro, ma la cui radice etimologica ha tutt'altro significato, perché Heunisch corrisponde in ceppo tedesco a "nostro". Questo primo indizio sul significato di questa parola conferma come le popolazioni dell'Europa orientale e settentrionale da lungo tempo avessero convissuto con quel vitigno, al punto da battezzarlo come il "nostro".

Successivamente questo vitigno assumerà con il passare del tempo nomi diversi per una mappatura genetica del tutto identica, e per un vitigno che nel Medioevo rappresenta da solo ben i tre quarti della viticoltura continentale.

La ragione del suo successo produttivo è legato a caratteristiche enologiche non particolarmente nobili.

L'Heurisch - Unno è molto produttivo ma poco zuccherino; fa grandi quantità ma non eccelsa qualità ed è un vitigno che si adatta a climi assai più rigidi rispetto al tepore mediterraneo.

Rappresenta, quindi, la pianta ideale per essere piantata ovunque. Caratteristiche così poco qualitative che presto portano ad assegnare ai successivi nomi dell'Heunisch un significato dispregiativo e ad indurre i viticoltori europei, man mano che affinano le proprie tecniche, a usare si questo vitigno ma ad incrociarlo con altri, in modo da abbandonare definitivamente un'uva di scarsa qualità a favore di frutti più significativi ed enologicamente più appaganti.

Non è certo casuale che dopo un Medioevo nel quale il "nostro" Heunisch rappresentava il 75% della viticoltura europea, nei secoli successivi sia sostituito da alcuni suoi figli come il Traminer, il Riesling e il Rulaender, nati dall'incrocio di questo vitigno con altri meno diffusi, meno conosciuti ma con l'andare del tempo rivelatesi qualitativamente interessanti.

Antropologi, archeologi, botanici e linguisti si sono mobilitati per rispondere a tre precise domande: da dove viene l'Heurisch, chi lo ha diffuso e perchè lo ha diffuso?

La moderna genetica individua il territorio di nascita di questo vitigno in un areale compreso tra la Stiria (l'odierno cuore verde dell'Austria), la Slovenia, la Croazia e l'Ungheria.

E' in quest'area che qualcuno selezionò il vitigno, affidandolo poi a delle mani misteriose che lo diffusero in ogni parte d'Europa. Quanto agli archeologi, inizialmente il loro contributo si rileva marginale, finché non appaiono due mappe.

La prima ricostruisce le tracce archeologiche della fabbricazione di botti nel continente europeo, stabilendo l'epoca storica di questi insediamenti. La seconda evidenzia tutti i luoghi dove si trovano lapidi funerarie, cippi o monumenti dedicati ai bottai in epoca romana. 

Sono proprio queste due mappe a fornire all'equipe una nozione storico - enologica tanto importante quanto precisa: vi è stato un momento nel quale i romani si resero conto che il vino prodotto nell'Italia centrale e meridionale non sarebbe stato sufficiente a rifornire l'esercito. Di qui la scelta di spostare il baricentro della viticoltura più a nord e di modificare le tipologie di trasporto del vino, passando dall'anfora alla più solida botte.

Dapprima i romani individuarono nell'area di Aquileia e nell'odierno Veneto il luogo ideale per coltivare uva, fare vino e trasportarlo. Le tracce delle botti dimostrano agli archeologi come da Adria ad Aquileia i nuovi contenitori partano alla volta del Danubio e del Reno, i due fiumi che le legioni sono chiamate a presidiare con forza. Poi, all'improvviso, questo flusso di botti si interrompe, queste spariscono e con loro anche i bottai. 

La distanza tra il luogo di produzione del vino e quello del suo consumo è diventata troppo ampia. Il costo e i tempi di rifornimento insostenibili. La stessa quantità di uva e vino prodotti sono inadeguati rispetto alle esigenze delle Legioni e dei rispettivi seguiti.

Un terzo indizio archeologico avrebbe forse consentito di risolvere il mistero anzitempo, ma distratti da una ricerca così ampia e documentata gli studiosi non lo mettono subito a fuoco: i più antichi falcetti agricoli, indispensabili all'impianto della vite, fanno la loro apparizione lungo il Reno e il Danubio negli anni successivi alla scomparsa dei grandi traffici di botti da Aquileia verso il nord.

Nonostante questa traccia, i genetisti non risolvono subito questo secondo quesito. Chi ha fisicamente piantato il vitigno Heurisch geneticamente rintracciato ai giorni nostri in quasi tutti i vitigni europei?

Inizialmente i ricercatori si concentrano sull'arrivo degli Unni di Attila nel 451, quando occuparono la francese Troyes. Ma possono i soli Unni aver imposto un uso così diffuso di un vitigno? Improbabile.

Si ragiona allora sulla migrazione degli Ungari nel 905 in Francia, e da li sulla probabile diffusione del vitigno nell'Europa Medioevale. Si tratta però di piste limitate rispetto alla possanza del fenomeno Herisch, sulle quali i ricercatori sono scivolati a metà della loro ricerca. Quando tuttavia si moltiplicano i ritrovamenti archeologici relativi all'uso di botti lungo il Danubio e il Reno, i sospetti cominciano a farsi largo. 

Sono gli storici a dare in questa fase un contributo prezioso. I testi di Cesare e Tacito confermano che in Germania non esisteva nessuna forma di viticoltura, ma un grande passo avanti nella ricostruzione del puzzle è dato dalla testimonianza di Dione Cassio, che certifica che intorno al 229 furono realizzati diversi impianti di vigneti lungo il Reno e il Danubio, per rifornire di vino le legioni e per rinsaldare la presenza di Roma.

A questo punto il mosaico comincia a comporsi e ad essere suffragato da prove incontrovertibili.

E' la storia a confermare il percorso di Marco Aurelio Probo, l'uomo che ha abolito l'editto di Domiziano e imposto l'impianto di viti in Europa. Con una sola mossa politica l'imperatore risolve il problema di un vino veneto la cui produzione è inadeguata per l'esercito; economizza tagliando il dispendioso trasporto da Aquileia sino ai confini più estremi, rendendo superflua la produzione delle botti destinate alle regioni più a nord dell'attuale Germania e agli avamposti più ad est dell'odierna Ungheria; consegna alle legioni la vite che rappresenta uno strumento di autosufficienza alimentare, un insediamento fisico indispensabile per definire i confini lungo i quali i legionari si devono attestare, un'attività agricola capace di integrare i soldati con le popolazioni soggiogate. 

Una mossa lungimirante, tutta racchiusa in una minuscola pianta. Dopo un altro anno di ricerche saranno gli archeologi a confermare di nuovo la svolta di Probo. Gli scavi, che sino alla sua epoca mostrano grande ricchezza di ritrovamenti di doghe con citazioni riferite al vino e che attestano il trasporto fluviale di vino prodotto in altri luoghi, lasciano a un tratto spazio al ritrovamento di ben altri oggetti, risalenti ad epoca di poco successiva. Dalla terra non emergono più tracce di botti e di legni, bensì solide Falces putatoriae.

E' sulla riva sinistra del Reno e sulla destra del Danubio, che gli scavi restituiscono le falci romane della coltivazione della vite, usate dalle comunità dei legionari - coloni. Il luogo preciso della selezione del vitigno delle legioni resta avvolto nel mistero: il crinale lungo il quale ciò accade non è più lungo di 300 Km, muovendo nel territorio che abbraccia parte dell'Austria e l'attuale Ungheria, passando proprio attraverso le terre natali di Probo. Sconcerta, per contro, la contemporaneità degli impianti fiorenti lungo il Danubio e il Reno e l'interruzione dei movimenti di botti dalla laguna veneta attraverso le Alpi.

Ancor più stupisce il radicamento in tutta Europa di un vitigno capace di dare grande quantità di vino e di maturazione precoce, adatto anche ai climi nordici, e la longevità di un vitigno che arriverà a produrre un'impressionante massa di liquido lungo tutto l'alto medio evo. 

Gli ultimi dettagli che sanciscono la clamorosa teoria, arrivano da ricerche parallele e interdisciplinari. Si scopre che già nel 278 d.C, nei primi vigneti piantati dalle legioni di Probo attorno a Vindobona (la Vienna che all'epoca già contava 20.000 abitanti) le varietà più importanti sono chiamate Heunischen.

Dalla Francia giunge l'esito di una ricerca che segnala come due anni dopo, è piantato nel lionese un vigneto denominato Monte d'Oro: il nome è identico a quello assegnato da Probo alle colline di vigneti che egli stesso volle impiantati nella sua città natale, la Sirmio Illirica. Identici nel nome e del tutto affini in termini genetici risultano infine essere i più antichi vigneti attorno alla città tedesca di Heidelberg.

Ovunque le Legioni piantano le viti con lo stesso vitigno. La possente macchina da guerra di Roma pianta più intensamente in Pannonia e lungo il Reno; con minore furia legionaria ma analoga intensità i romani piantano nella Gallia ormai soggiogata, dove invece si affermerà una pacifica e assai fruttuosa visione agricolo - commerciale del vino. E lo stesso accade in Britannia, nell'Iberia più calda e nei Balcani, nell'Italia del nord e nelle odierne Svizzera e Austria.

Ma ovunque, sempre e comunque le legioni di Probo ricoprono l'Europa di viti dell'Heunisch, l'Unno, il Nostro. Ora il suo mistero è svelato. Sappiamo da dove viene, chi lo ha piantato e perché lo fece. 

 

 

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La Viticoltura in Provincia di Belluno.

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In Provincia di Belluno la coltivazione della vite risulta la meno rappresentata a livello regionale, ma nei diversi periodi storici non è stato sempre così.

Pur non avendo mai ottenuto una produzione paragonabile a quella di altre province venete, il Bellunese ha vissuto dei periodi di florida coltura.

Già nel XII secolo la vite doveva essere ben rappresentata nel circondario di Feltre, nella valle d'Alpago e nella valle del Piave, come testimonia un'antica bolla del Papa Lucio III (1184) in cui vengono citati in quel di Fonzaso, lasciti di terreni al Vescovo di Belluno "cum vineis".

Verso la fine del 1700 i lavori di Antonio Frigimelica e dell'Abate Carlo Lotti riportavano consigli sulle tecniche per ottenere dei vini più maturi, capaci di raggiungere gradazioni zuccherine maggiori e una riduzione dell'aspro.

Quasi tutti gli autori storici di questo periodo sono d'accordo nell'identificare nel feltrino la zona vocata alla coltura della vite.

A tal proposito, si ritrovano diverse citazioni negli Annali dell'Agricoltura che in una memoria raccolta da Filippo Re ricorda come nel "Cantone di Belluno vi alligna la vite ed il gelso, negli altri cantoni no". 

Importanti sono anche le citazioni di Jacopo Volpe (segretario della Camera di Commercio di Belluno), il quale riporta come "la coltivazione della vite non è molto estesa in provincia, ae anzi facendo il rapporto con quella occupata dalle viti si calcola dell'1,19%; ma bisogna notare che se la parte maggiore del territorio non permette la vegetazione di questa pianta, invece una porzione di distretto, cioè i due Comuni di Fonzaso ed Arsiè, dove si può dire unica la coltivazione della vite e principalissimo il prodotto del vino" (J. Volpe, 1880).

In questo periodo avviene un cambiamento che determinerà il momento d'oro della viticoltura nella Val Belluna e, in particolare, nel feltrino.

L'arrivo delle principali malattie americane (oidio, peronospora e fillossera) sarà prima il motore e successivamente la rovina della viticoltura del bellunese.

Negli anni della comparsa dell'oidio il Volpe scrive così "del solo distretto di Fonzaso la crittogame della vite non si estese e fu appunto allora che la coltivazione della vite prese largo sviluppo e si abbandonò ogni altra coltura per attendere a questa solo, facendo piantagioni dappertutto, persino sui dossi scoscesi di aspre montagne. In quell'epoca l'esportazione del vino di Fonzaso ed Arsiè ebbe una grande vivacità, e i prodotti di questi due Comuni si smerciavano in molte piazze del Veneto, come i migliori e a prezzi favolosi" (J.Volpe, 1880).

Nel 1884 l'arrivo della peronospora trovava la viticoltura in una situazione vitale come si può constatare da una relazione dell'allora Sindaco del Comune di Fonzaso del 1886: "Una lunga zona di territorio nel comune di Fonzaso e in quella di Arsiè è coltivata a vite, ed è una estesa assai importante, e puossi dire che dieci e più mila abitanti ritraevano dalla vite i mezzi di sussistenza di almeno nove mesi all'anno".

Nemmeno la terribile crittogama, distrusse la presenza della vite, anche soprattutto grazie ai progressi della lotta chimica divulgata nel feltrino dall'Abate Candeo.

In questi anni si ha anche l'introduzione dei vitigni internazionali (la Borgogna bianca e nera; il Riesling), nonché la comparsa di specie ibride quali l'Isabella e la Katawa rosa. 

I vini dell'epoca avevano caratteristiche qualitative discrete almeno da quanto riportato da Bajo: "il vino più robusto discretamente fabbricato e conservato bene si avvicinava al Valpolicella ed al Chianti, ne si discosta gran fatto dai vini dell'alta Borgogna, della bassa Austria e dell'alto Reno... intorno alla media di 12 e 13 gradi si mantiene l'alcol nei vini migliori di Fonzaso".

Definitiva per il futuro della viticoltura bellunese fu invece la comparsa della fillossera della vite: dal 1922 al 1936 l'effetto devastante dell'afide cambiò definitivamente la consistenza enologica del feltrino. 

La sostituzione delle viti con barbatelle innestate su "piede americano" viene datata nel 1960 e ha avuto fondamento scientifico nell'impegno della Regia Scuola di Enologia di Conegliano e della Stazione Sperimentale di Viticoltura e di Enologia di Conegliano, soprattutto con la costituzione di campi sperimentali con varietà sia di Vitis Vinifera che ibride.

Le zone più indicate alla coltivazione della vite si confermano quelle identificate precedentemente dagli altri autori: "la coltivazione della vite in specializzazione è concentrata nei comuni di Arsiè e Fonzaso. Altre zone intensamente vitate sono: Mugnai di Feltre, Bastia, Figur di Quero, Fener di Alano di Piave, Centro e Madoneta di Vas, Guizze di Seren del Grappa. Il rimanente territorio coltiva la vite in promiscuità con seminativi e con prati permanenti" (Rizzotto, 1961). 

La coltivazione della vite nel Feltrino.

Era il 24 febbraio 1518 quando Gerolamo Borgasio chiese l'approvazione degli statuti dei vignaioli dell'Aurin, un colle situato a pochi chilometri ad ovest di Feltre.

L'approvazione fu ottenuta con un'ampia maggioranza di voti; in questi documenti erano contenute regole sia tecniche (ad esempio era imposto che la vendemmia non avvenisse prima del giorno di San Michele, ovvero il 29 settembre) sia riguardanti i rapporti tra singoli produttori e tra questi e i boscaioli, che dovevano prestare la massima attenzione e cura a non danneggiare le vigne nello svolgimento del loro lavoro quotidiano.

Nel 1639 Giovan Battista Barpo, decano del Capitolo della Cattedrale di Belluno, concludeva la propria opera in tre libri dal titolo "Le delizie e i frutti dell'agricoltura e della villa"

Nel Libro Secondo - Tratto Quinto - di quest'opera, si legge: "Le viti amano più la collina o altri luoghi ben soleggiati e non già quelli freddi, paludosi, salmastri, ventosi ed ombrosi" e ancora "Chi vuole le nere, chi le cameline, chi le bianchette, chi le verdegne: se vuoi far presto e bene, dedicati alle nostrane e piglia sempre sarmenti locali per ripiantarli il più vicino possibile alla tua villa, ed in posto a dislocazione simile alla vigna da cui proviene il vitigno che trapianti".

Appare evidente che la viticoltura in Provincia di Belluno ha una storia di molti secoli, come dimostrato anche dalla presenza di un grappolo d'uva nello stemma del Comune di Seren del Grappa, paese sito allo sbocco dell'omonima valle, esattamente collocato di fronte ad alcune zone più vocate alla coltivazione della vite.

E oggi...

Oggi questo territorio regala attraverso il lavoro dell'uomo molteplici prodotti di eccellenza: dai fagioli, al mais, dall'orzo alle zucche, dal miele alle nocciole e ad altre numerose varietà di frutta e diversità orticole.

Diverse sono le occasioni per incontrare e assaporare questi frutti delle terre feltrine. In particolare, si ricorda l'Antica Fiera di San Matteo, una mostra - mercato dalle antiche origini che viene ogni anno riproposta in occasione della seconda domenica di novembre, dedicata in particolare alla noce di Feltre e ad altri prodotti agricoli locali e tradizionali. 

In questi ultimi anni è stata ripresa, con particolare attenzione, la coltivazione della vite anche con il recupero di antiche varietà autoctone e di terreni un tempo coltivati a vigna.

Attualmente 10 sono le Aziende Agricole che coltivano vigneti in provincia di Belluno; alcune hanno scelto di puntare interamente su Bianchetta e Pavana mentre altre hanno preferito diversificare i vitigni autoctoni con gli internazionali. 

Tra queste dieci coraggiose aziende, quattro hanno deciso di affrontare (o in due casi di mantenere) anche la trasformazione delle uve in vino e la sua successiva commercializzazione: De Bacco, De March, Pian delle Vette e Vieceli, ottenendo anche alcuni importanti riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.

 

 

 

 

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